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Liberare il tempo e rigenerare i borghi oltre l’inverno demografico

di Alessandro Scassellati

Questo saggio interpreta l’inverno demografico nelle aree interne e alpine come uno “sciopero riproduttivo” contro l’estrattivismo del capitalismo neoliberista. Attraverso l’analisi delle fragilità materiali e della desertificazione produttiva dei piccoli borghi italiani, l’autore propone un’architettura di co-liberazione strutturata sulla demercificazione dei tempi di vita e della cura comune. Integrando modelli di accoglienza diffusa, cooperazione intergenerazionale e transumanza climatica, ed eleggendo i distretti dell’agricoltura sociale a perno agro-ecologico di sovranità alimentare, inclusione terapeutica, il testo delinea la nascita di “monasteri laici” contemporanei. Queste cellule di secessione logistica e psichica nascono con l’obiettivo di liberare i corpi dall’isolamento digitale, sottrarre il tempo dal ricatto salariale e riattivare spontaneamente la solidarietà comunitaria come effetto collaterale della disalienazione esistenziale.

 

Introduzione. La gabbia biopolitica e il riscatto delle terre alte

L’inverno demografico che attraversa l’Italia contemporanea non può essere ridotto a una mera fluttuazione statistica o a un problema di bilancio pubblico risolvibile con incentivi monetari una tantum. Il crollo verticale della natalità — culminato nel minimo storico di sole 355mila unità nel 2025 — rappresenta, in realtà, il sintomo macroscopico del collasso strutturale congiunto del capitalismo neoliberista e del patriarcato. Il progressivo rinvio della genitorialità da parte delle nuove generazioni non configura una scelta razionale di bilancio privato, quanto piuttosto uno “sciopero riproduttivo”: l’unica strategia di auto-conservazione psichica ed emotiva attuabile all’interno di una gabbia biopolitica che colonizza il tempo, esige performance costanti e mercifica ogni frammento dell’esistenza.

Questo estrattivismo economico e tecnologico si manifesta con ferocia asimmetrica sul territorio nazionale. Mentre le metropoli iper-connesse si trasformano in trappole termiche e mercati della cura inaccessibili, la vasta rete dei circa 4.000 piccoli comuni italiani subisce una desertificazione produttiva e sociale senza precedenti. Lo svuotamento dei borghi interni — plasticamente materializzato dalla definitiva chiusura di storiche pluriclassi isolate per totale assenza di alunni — e la contestuale scomparsa delle piccole botteghe artigiane (pari a una contrazione nazionale del -25,1%) non sono incidenti di percorso, ma il risultato di un sistema che privatizza i costi della vita e parassita la forza lavoro futura.

A fronte del fallimento strutturale delle politiche pro-nataliste e dei bonus locali, questo saggio intende delineare l’orizzonte di un’architettura di co-liberazione. Il testo propone di trasformare le aree interne da margini malinconici a laboratori sperimentali di un welfare di prossimità radicalmente demercificato, configurandoli come veri e propri “monasteri laici” contemporanei. Attraverso una sintesi logica tra la pianificazione tecnologica dei borghi digitali, il mutualismo interculturale del Modello Riace, la rigenerazione affettiva intergenerazionale del Modello Enea, i distretti dell’agricoltura sociale e la risposta ecologica della transumanza biopolitica, queste isole di sottrazione attiva organizzano l’infrastruttura materiale affinché la riproduzione della vita venga sottratta alle dinamiche del profitto. L’obiettivo non è imporre la solidarietà per via morale, ma riorganizzare la struttura materiale dei tempi di vita affinché le relazioni di cura possano riattivarsi spontaneamente come effetto collaterale della disalienazione e della disconnessione dagli schermi.

  1. La frattura materiale: anatomia del collasso demografico ed economico nei 4.000 comuni italiani

La recessione demografica che attanaglia la dorsale appenninica e l’arco alpino italiano non costituisce un processo naturale di riassestamento geografico, né l’esito di una diffusa e inspiegabile corruzione morale delle nuove generazioni. Essa si configura come l’espressione spaziale e materiale di quello che la teoria biopolitica definisce uno “sciopero riproduttivo”. Nello scenario contemporaneo, la decisione di rinviare o rifiutare la genitorialità cessa di essere una negoziazione privata o una scelta atomizzata all’interno della coppia eterossessuale; all’analisi storico-materialistica, essa si svela come un atto di legittima difesa economica contro un modello capitalista neoliberista che opera una sistematica socializzazione dei benefici della forza lavoro futura, attuando parallelamente una totale privatizzazione dei costi biologici e finanziari legati alla crescita e all’educazione dei figli.

I circa 4.000 piccoli comuni italiani — territori fragili caratterizzati da indici di vecchiaia drammatici in cui la quota di residenti over 60 supera costantemente quella dei giovani under 14 — rappresentano il fronte più esposto di questa faglia macroeconomica. In queste aree interne, l’inverno demografico ha raggiunto una massa critica intrasgredibile, certificata sul piano nazionale dal minimo storico di sole 355mila nascite nel 2025. Questo dato, il più basso mai registrato dall’unificazione del 1861, assume una gravità inedita se rapportato alla struttura del welfare moderno. L’intero impianto dello Stato sociale e il meccanismo previdenziale a ripartizione si fondano sul presupposto di una crescita lineare della base contributiva giovane, necessaria a sostenere la sanità pubblica e le pensioni di una popolazione dall’aspettativa di vita in costante allungamento. Nel momento in cui questa base si contrae verticalmente, il patto intergenerazionale collassa, tramutando il debito pubblico e la previdenza in macchine estrattive che pompano ricchezza all’indietro, a vantaggio della rendita e a scapito dei corpi vivi.

Questa paralisi demografica si salda a una profonda disregolazione neurobiologica ed emotiva che colpisce la popolazione giovanile, intrappolata nel sistema predatorio di ricompensa dopaminergica immediata ingegnerizzato dalle piattaforme di Big Tech. L’esposizione problematica agli schermi si configura come la radice clinica di ansia sociale, ADHD e ritiro relazionale, alimentando il fenomeno dei NEET e un’inattività economica diffusa in cui i giovani uomini, schiacciati dall’analfabetismo emotivo e dalla solitudine digitale, fuggono dalle responsabilità familiari del mondo reale. Come dimostrato dal monumentale studio prospettico quinquennale pubblicato da JAMA Network Open, l’esposizione pervasiva e problematica ai dispositivi digitali agisce come un potente perturbatore biopolitico, accelerando l’insorgenza di sintomi legati all’ADHD – quali disattenzione cronica e impulsività – con una pervasività che aggredisce in modo asimmetrico e severo proprio la popolazione adolescenziale maschile. Questa destrutturazione dei circuiti cerebrali deputati al controllo degli impulsi si traduce in un preciso ritiro dai legami territoriali.

La parabola terminale di questa desertificazione si materializza plasticamente nello svuotamento delle istituzioni scolastiche e nella distruzione dei presidi di prossimità. Il caso limite di Ceresole Reale, comune alpino piemontese che nel luglio 2026 ha visto la definitiva chiusura della sua storica pluriclasse per totale assenza di alunni, non costituisce un’eccezione folcloristica. Esso descrive la traiettoria di oltre 1.835 plessi con pluriclassi attive censiti ufficialmente dal report INDIRE – Ministero dell’Istruzione e del Merito, concentrati soprattutto nelle zone montane, nelle piccole isole e nelle aree rurali del Centro-Sud, come in Molise, Calabria e Basilicata. La chiusura di una scuola innesca un dispositivo retroattivo immediato: l’azzeramento del ricambio generazionale inaridisce il bacino d’utenza dei servizi essenziali, spingendo le giovani coppie all’esilio urbano e abbandonando i borghi a una distesa di case sbarrate e cartelli con la scritta “Vendesi”.

Questa contrazione demografica opera in perfetta sinergia con la desertificazione produttiva e artigiana dei territori fragili. Come documentato dai dati della CGIA di Mestre, dal picco storico del 2008 il settore artigiano nazionale ha subito una discesa vertiginosa, registrando la perdita di 300mila sedi operative e quasi mezzo milione di lavoratori, per una contrazione complessiva pari al -25,1%. Questa strage di piccole botteghe — che vede come maglia nera la provincia di Pesaro-Urbino con una flessione del -8,3% e colpisce duramente l’Umbria e le Marche — non rappresenta una semplice fluttuazione commerciale, ma lo spegnimento di veri e propri presidi di socialità, competenze e identità materiale. Schiacciate da costi fissi elevati (affitti, utenze e tassazione) e aggredite dalla colonizzazione algoritmica delle abitudini di consumo gestite dai colossi globali dell’e-commerce, le piccole realtà a misura d’uomo non possiedono il capitale necessario per assorbire i traumi macroeconomici. Per contrastare questa erosione materiale, l’architettura di co-liberazione prevede l’istituzione strutturale di un «Reddito di gestione delle botteghe artigiane» destinato a chi apre o conduce un’attività nei piccoli comuni sotto i 5mila abitanti. Finanziata stabilmente dalla fiscalità algoritmica, questa misura agisce come stabilizzatore macroeconomico, azzerando il rischio di capitolazione delle realtà artigiane durante le crisi fisiologiche del mercato rurale.

Il vuoto lasciato dallo Stato sociale e dall’artigianato storico viene infine esasperato dal paradosso dell’espatrio economico della gioventù qualificata. Le famiglie delle aree interne e della periferia mediterranea sostengono interamente l’ingente onere economico per allevare e istruire una gioventù specializzata — con costi medi stimati da Federconsumatori tra un minimo di 143mila euro e un picco che supera i 320mila euro per figlio. Tuttavia, l’anemia salariale interna e la segmentazione del mercato del lavoro costringono oltre 15mila-21mila laureati all’anno a fuggire oltreconfine, drenando dall’Italia oltre 134 miliardi di euro nell’ultimo decennio, secondo i dati della Fondazione Nord Est presentati al CNEL. I welfare universalistici del Nord Europa e le grandi multinazionali estraggono e beneficiano così a costo zero di una risorsa umana riprodotta altrove.

Di fronte a questa spoliazione istituzionalizzata e geopolitica, i bonus bebè locali e gli incentivi monetari una tantum si rivelano fiammate temporanee del tutto inefficaci. L’evidenza empirica spazza via ogni illusione sul potenziale dei sussidi atomizzati, poiché le amministrazioni locali hanno attivato programmi parcellizzati che finiscono per infrangersi contro la carenza cronica di infrastrutture educative e sanitarie stabili. Si pensi ad esempio al progetto delle case a 1 euro, introdotto per indurre ristrutturazioni coatte del patrimonio edilizio fatiscente senza creare occupazione strutturale, oppure ai contributi diretti a fondo perduto erogati in Toscana tramite il portale istituzionale Wivo a Radicondoli per supportare l’acquisto di immobili e coprire una quota dei canoni d’affitto per i nuovi residenti. Sulla stessa linea si collocano sia i programmi del Mezzogiorno rurale, come il piano Benvenuti a Presicce-Acquarica in Puglia per sostenere gli investimenti nel nucleo storico, sia gli stanziamenti della Regione Autonoma della Sardegna che prevedono un apposito Bonus bebè della Sardegna con assegni mensili fino a 600 euro per chi mantiene la residenza nei comuni sotto i 5mila abitanti. Per guarire la frattura materiale dei 4.000 comuni, occorre smettere di interpretare la crisi attraverso la lente contabile dei saldi monetari privati. È necessario edificare un’architettura logistica che sottragga la riproduzione della vita, la gestione della terra e il tempo biologico dei soggetti alle geometrie del profitto, trasformando il declino in un laboratorio di co-liberazione radicale.

  1. Il Modello Riace: accoglienza diffusa e mutualismo interculturale contro l’estrattivismo coloniale

Se la contrazione demografica dei 4.000 comuni italiani descrive la faglia materiale dello spopolamento, la risposta governativa e globale a questa crisi oscilla pericolosamente tra la retorica reazionaria dell’apartheid giuridico e l’approccio liberale dell’estrazione coloniale. Il capitale iper-connesso affronta l’asimmetria globale parassitando i flussi migratori dal Sud del mondo — generati da guerre, dinamiche di accumulazione primitiva e disastri del cambiamento climatico — per ridurli a mero bacino di manodopera a basso costo, precaria e priva di tutele. Questa gestione riduce la forza lavoro straniera all’interno di una rigida blindatura etnica delle professioni svalutate, definite dalle mansioni 3D (Dirty, Dangerous, Demanding), dai subappalti edili alla logistica, fino alla coabitazione assistenziale h24.

A questo paradigma di subalternità e sfruttamento privato si oppone concettualmente la storica esperienza italiana dell’accoglienza diffusa, che ha eletto i piccoli comuni a baluardi di resistenza demografica ed economica. Il fulcro di questa controtendenza metodologica è rappresentato dal “Modello Riace”, ideato da Domenico Lucano, che ha dimostrato empiricamente come l’arrivo di rifugiati e migranti possa arrestare e invertire lo spopolamento dei paesi fantasma. Attraverso il riuso del patrimonio edilizio abbandonato, la riapertura delle botteghe artigiane e l’istituzione di micro-monete locali spendibili solo all’interno del perimetro municipale, Riace ha trasformato l’accoglienza in un volano di rigenerazione del capitale sociale e monetario locale, trattenendo il valore all’interno del circuito comunitario..

Sulla scia di questa intuizione, l’esperienza si è consolidata e riprodotta in altre avanguardie territoriali, come nel comune arbëresh di Acquaformosa. Qui, il rifiuto della gestione emergenziale dei flussi e l’investimento sistemico su progetti di inclusione per famiglie e minori non accompagnati hanno permesso non solo di salvare i plessi scolastici e i presidi sanitari dalla chiusura, ma di riattivare la microeconomia locale, creando occupazione stabile per i giovani professionisti del territorio. Riace e Acquaformosa dimostrano che i migranti non sono un peso da gestire, ma “salvatori della patria” capaci di ripopolare i territori fragili, a patto che l’accoglienza sia sottratta alle geometrie del profitto privato e inserita in un piano pubblico di mutualismo interculturale.

Questa rigenerazione dei legami comunitari e della socialità nel mondo reale trova la sua legittimazione e la sua riserva finanziaria proprio nelle storiche sentenze giudiziarie contro le multinazionali tecnologiche. L’evidenza emersa nel maxiprocesso a Oakland, che ha condannato i giganti della Silicon Valley per la manipolazione algoritmica e la dipendenza indotta nei giovani, convalida sul piano politico la necessità di sequestrare e tassare la rendita di Big Tech per riparare i danni dell’isolamento. La colpevolizzazione privata delle famiglie viene così spazzata via, trasformando il risarcimento macroeconomico in infrastrutture materiali per l’inclusione.

Per sottrarre definitivamente l’alternativa migratoria allo sciovinismo del welfare — quella “guerra tra poveri” alimentata dai tagli alla spesa pubblica che trasforma i diritti in risorse scarse ed escludenti — l’architettura di co-liberazione propone l’istituzione di una care strategy pubblica. La sostenibilità economica dei borghi in recessione non può reggersi sull’estrazione di lavoro sottopagato da donne straniere. La soluzione strutturale consiste in un piano straordinario di internalizzazione e assunzione pubblica del lavoro di cura e assistenza familiare. Disinnescando la necessità dell’informalità domestica, si ottengono tre risultati politici simultanei: si garantisce stabilità contrattuale, salariale e previdenziale alle donne migranti, concedendo permessi di soggiorno slegati dal ricatto del contratto di lavoro privato; si sollevano le famiglie autoctone dal drenaggio dei risparmi storici necessari a pagare la cura privata; infine, si rompe dall’interno il blocco sociale conservatore, poiché trasformando l’assistenza agli anziani in un servizio pubblico universale e gratuito, la convenienza economica delle famiglie italiane cessa di basarsi sul lavoro nero e si allinea finalmente all’emancipazione dei lavoratori migranti. L’accoglienza diffusa cessa così di essere un’utopia assistenziale e si fa dispositivo macroeconomico: la demercificazione dello spazio non avviene per recinzione identitaria, ma attraverso la fine dello sfruttamento razzializzato, convertendo lo spopolamento in una comunità resistente.

  1. Il Modello Enea: pietas intergenerazionale e la vulnerabilità condivisa come motore relazionale

Il superamento dello spopolamento e la demercificazione della cura nei piccoli comuni richiedono un ribaltamento ontologico della concezione neoliberista dell’individuo, storicamente fondata sul mito dell’io sovrano, autonomo e autosufficiente. Questa idealizzazione proprietaria, funzionale a un mercato che privatizza i costi dell’esistenza e isola i soggetti all’interno del proprio nucleo contabile, si scontra con l’evidenza biologica di una vulnerabilità originaria e di una dipendenza strutturale dagli altri che segna l’essere umano fin dalla nascita. Questo isolamento iper-connesso esige un ancoraggio teorico radicale che trova un solido appiglio nel lavoro di Judith Butler; in “Dare conto di sé” (2026), la filosofa invita a respingere radicalmente il mito neoliberista dell’io sovrano e autosufficiente, mostrando come l’essere umano sia costitutivamente segnato da una vulnerabilità originaria e da una dipendenza biologica e affettiva dagli altri. Riconoscere questa fallibilità comune e questa incompiutezza strutturale diventa l’unico viatico per superare l’opacità reciproca imposta dal capitalismo neoliberista e fondare un’alleanza dei corpi capaci di agire collettivamente nell’orizzonte della cura. Nelle aree interne, dove l’indice di vecchiaia ha progressivamente capovolto la piramide demografica, questa interdipendenza cessa di essere un’astrazione filosofica per farsi urgenza, trovando il proprio baricentro antropologico e politico nel cosiddetto Modello Enea.

L’urgenza di questo modello risponde a un preciso fallimento microeconomico del sistema neoliberista, che espropria il valore della cura. I figli non costituiscono un bene pubblico in senso formale, poiché non soddisfano il criterio della non-escludibilità; essi rappresentano, rigorosamente, un’esternalità positiva intergenerazionale non compensata per la tenuta macroeconomica dello Stato sociale. Il mercato capitalista opera una totale privatizzazione dei costi finanziari e biologici legati alla crescita della prole a carico esclusivo dei genitori — e in primis delle donne —, catturando poi e socializzando i benefici del loro lavoro futuro a vantaggio esclusivo della rendita e dei mercati.

L’archetipo mitico del guerriero che fugge dalle macerie di Troia recando sulle spalle il vecchio padre Anchise e tenendo per mano il piccolo figlio Ascanio incarna la pietas intesa come assunzione di responsabilità biologica e storica verso l’intera catena generazionale. Il capitalismo neoliberista ha scientificamente spezzato questo asse, confinando l’anziano nello stigma del peso previdenziale passivo e i figli in quello di costo economico privato. Il recupero del nonno e della nonna come motori relazionali della quotidianità comunitaria, rigorosamente depurati dalle asimmetrie autoritarie del patriarcato storico, configura una prassi di mutuo aiuto immediata, demercificata e radicata nel territorio. Attraverso il riconoscimento legale e il sostegno previdenziale alle comunità di cura elettive e alle co-abitazioni solidali tra giovani e anziani, la vulnerabilità cessa di essere un costo sociale atomizzato per trasformarsi nella prima risposta dal basso capace di incidere sulla qualità della vita e sulla stessa disponibilità alla genitorialità delle nuove coppie.

Nello spazio protetto del borgo, la vicinanza emotiva e la mutualità intergenerazionale sottraggono l’anziano all’isolamento dell’assistenzialismo burocratico e offrono ai giovani genitori quel tempo liberato e quella stabilità psichica che il mercato ordinariamente nega o monetizza a caro prezzo. La nascita di un figlio torna così a essere una gioia collettiva e un bene protetto da tutti, spezzando la solitudine domestica che costringe i soggetti all’esaurimento nervoso per la totale assenza di reti relazionali. Questa ricomposizione molecolare del vicinato si rivela l’unico argine efficace contro l’analfabetismo affettivo e il ritiro relazionale dei giovani, offrendo un contesto in cui la cura non si compra e i legami si riattivano spontaneamente come effetto collaterale della disalienazione materiale del tempo di vita.

  1. La transumanza biopolitica: flussi climatici e il diritto al raffrescamento naturale

La ricomposizione relazionale dell’asse intergenerazionale e la stabilizzazione dei corpi sul territorio richiedono di decodificare una nuova e urgente direttrice ecologica, imposta dal collasso climatico globale: le migrazioni verticali. Occorre riconfigurare gli antichi rapporti strutturali tra le pianure urbanizzate e le terre alte, storicamente imperniati sulla transumanza stagionale degli allevamenti, convertendoli in assi di transumanza umana, culturale e assistenziale. Le estati metropolitane, trasformate dalle bolle di calore in trappole termiche sempre più lunghe e letali, esasperano la vulnerabilità dei soggetti fragili confinati nei quartieri popolari, tramutando la privazione climatica in un fattore di esclusione biopolitica e di precarietà sanitaria. In questo snodo, la transumanza si salda in modo indissolubile al diritto al raffrescamento, ridefinito non come un consumismo individualista ed elettrificato (aria condizionata), ma come una misura radicale di salute pubblica e giustizia sociale.

Se la risposta capitalistica all’inospitalità termica delle metropoli si limita all’installazione selvaggia di condizionatori tradizionali, i quali parassitano energia espellendo ulteriore calore sulle strade già surriscaldate e accentuando le disuguaglianze di classe, la transumanza metro-montana offre un’alternativa geografica e demercificata. Il fresco cessa di essere una merce accessibile solo a chi può sostenerne i costi energetici o l’evasione turistica privata; diventa invece un bene comune ecologico garantito dall’infrastruttura naturale dei borghi alpini e appenninici. Attraverso gemellaggi amministrativi e accordi bilaterali stabili tra i Municipi delle grandi città e le comunità delle aree interne, le metropoli possono pianificare il trasferimento stagionale protetto e assistito della popolazione anziana e vulnerabile verso il patrimonio immobiliare sfitto dei borghi, garantendo loro la salvezza biologica e il pieno godimento del refrigerio naturale.

Per disinnescare l’ostacolo dei costi immobiliari insostenibili e sottrarre gli spazi alla speculazione turistica degli affitti brevi, questo modello trova un solido ancoraggio giuridico nell’articolo 42 della Costituzione italiana. Subordinando il diritto di proprietà privata alla sua funzione sociale, l’ordinamento legittima la limitazione d’uso e la requisizione temporanea degli alloggi sottratti al mercato residenziale. Attraverso l’erogazione di indennizzi calmierati finanziati dalle imposte di scopo municipali, la demercificazione immobiliare cessa di essere un arbitrio utopistico per farsi strumento di giustizia abitativa per le giovani coppie e per i soggetti fragili accolti nei distretti rurali.

Questo assetto logistico incontra, valorizza e tutela il fenomeno sociologico ed economico della ritornanza, intesa come dialogo generativo permanente tra chi presidia storicamente i saperi rurali e la manutenzione del territorio, e i giovani emigrati che decidono consapevolmente di rientrare, reinvestendo nelle piccole comunità le competenze intellettuali sottratte alle metropoli. Il perno produttivo di questo insediamento è costituito dai distretti dell’agricoltura biologica sociale, la quale trasforma il recupero dei terreni demaniali incolti o abbandonati in un’officina terapeutica e relazionale a cielo aperto. Questa misura sottrae la produzione primaria all’estrattivismo della grande distribuzione organizzata e la connette direttamente all’infrastruttura della cura comune, attivando percorsi strutturali di inclusione lavorativa e riabilitazione per soggetti fragili, giovani inattivi e migranti regolarizzati. L’ecosistema agro-biologico garantisce così l’approvvigionamento a chilometro zero delle mense scolastiche, degli hub della cura e degli empori solidali, blindando il diritto a un’alimentazione sana e sottratta alla speculazione finanziaria delle commodity.

La terra lavorata secondo i ritmi del tempo liberato si salda organicamente alla rigenerazione affettiva intergenerazionale. Gli anziani accolti tramite la transumanza climatica cooperano attivamente con i giovani biologi, agronomi e innovatori digitali nella pianificazione e nella gestione delle colture comunitarie. In questa sinergia, la terza età si reinserisce nel ciclo della produzione sociale, offrendo memoria storica delle tecniche rurali e vigilanza sociale sul vicinato, mentre riceve in cambio sicurezza affettiva, presidio medico e innovazione tecnologica da parte delle nuove generazioni. Questo mutualismo agro-ecologico non solo garantisce la sovranità alimentare di borgo e la salvaguardia della biodiversità contro il dissesto idrogeologico, ma dimostra empiricamente che la manutenzione della terra e la cura dei corpi rispondono alla medesima ecologia politica del mutuo soccorso. Lo spostamento dei corpi nello spazio non è un’utopia assistenziale, ma una prassi di adattamento materiale in cui il potere d’acquisto dei trattamenti pensionistici viene socializzato nel tessuto micro-economico del borgo, ponendo l’economia di comunione come argine definitivo alla barbarie estrattiva del neoliberismo.

  1. La strategia dei borghi digitali: infrastruttura tecnologica, tempo liberato e disalienazione del sé

L’inserimento della connettività digitale e il ripopolamento delle aree interne tramite nomadi digitali rischiano di trasformarsi in una nuova forma di colonizzazione manageriale del sé, in cui i ritmi nevrotici, iper-performativi e alienanti del capitale vengono semplicemente trasferiti dalle metropoli alle aree rurali. Senza un intervento radicale sulla struttura materiale dei tempi di vita, l’infrastruttura telematica non fa che esportare nei distretti montani la stessa afasia affettiva, la depressione mascherata e l’atomizzazione sociale prodotte dagli smartphone e dalle piattaforme di Big Tech all’interno delle grandi città. Per evitare che l’isolamento geografico alimenti l’ansia e il ritiro relazionale dei soggetti, la strategia dei borghi digitali non può limitarsi a una celebrazione acritica del telelavoro o della smaterializzazione delle mansioni. Essa deve configurarsi come un dispositivo biopolitico di disalienazione, volto a piegare l’algoritmo alla salvaguardia cognitiva dei corpi vivi e al finanziamento del tempo sottratto alla performance capitalistica.

Il primo pilastro materiale di questa transizione si articola attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a trenta ore a parità di salario per tutti i dipendenti pubblici e privati operanti nei distretti fragili, combinata con un diritto alla disconnessione contrattualizzato. Per gli smart worker che scelgono la via della ritornanza, lo Stato interviene tramite sgravi contributivi strutturali e incentivi fiscali di scomputo d’imposta per le aziende che contrattualizzano il telelavoro su base oraria ridotta. Questa contrazione dell’orario trova la sua sostenibilità macroeconomica nei giganteschi guadagni di produttività generati dall’automazione industriale e dai sistemi di intelligenza artificiale. L’algoritmo cessa così di essere uno strumento di precarizzazione white-collar o una minaccia di espulsione dal mercato per farsi, al contrario, infrastruttura contabile che garantisce lo spazio temporale necessario per interagire fisicamente fuori dagli schermi, azzerando il ricatto economico e permettendo la formazione di legami affettivi stabili nel mondo reale.

Questo tempo ritrovato si organizza e si difende all’interno delle Officine dell’Apprendimento, spazi fisici di aggregazione demercificata concepiti come baluardi di resistenza contro la regressione della società post-letterata. Di fronte alla capacità di indurre una dipendenza patologica estrema da parte dei dispositivi digitali che distruggono la concentrazione profonda e riducono le nuove generazioni a una condizione di analfabetismo funzionale, queste Officine riattivano il recupero intensivo del libro, del dibattito logico articolato e dello scambio delle competenze materiali intergenerazionali. L’interazione protetta dall’eterno presente e dagli stimoli emotivi tribali dei social difende l’architettura neuronale e lo sviluppo cognitivo dei giovani dalla dittatura algoritmica, traducendo la spinta spontanea al mutualismo in una reale base materiale per una cittadinanza attiva e consapevole, immune da populismi e fascinazioni carismatiche.

Il secondo asse si esprime nella creazione degli hub intercomunali della cura, concepiti per superare la dispersione geografica unendo le valli attraverso il principio urbanistico della prossimità. Nelle aree penalizzate da inverni rigidi e viabilità compromessa, il modello della Casa della Comunità alpina e appenninica scardina la smaterializzazione coercitiva dei servizi essenziali, che confina nell’afasia informatica la popolazione anziana, strutturando un’integrazione logistica avanzata su due livelli. L’infrastruttura clinico-tecnologica di rete affida la diagnostica complessa in telemedicina, la manutenzione dei vettori automatizzati e la gestione dei droni medicali per il trasporto di farmaci e campioni biologici a un’équipe specialistica operante da remoto dai centri ospedalieri metropolitani di riferimento, sfruttando la connettività digitale simmetrica per la teleregolazione medica h24. All’interno del borgo, l’interfaccia fisica con il paziente resta interamente presidiata dai terminali umani di prossimità, ovvero dall’infermiere di comunità, dagli amministratori locali e dai volontari storici del territorio. Previamente formati all’uso dei dispositivi di teleconsulto, questi soggetti fungono da facilitatori tecnologici e da mediatori culturali endogeni, costituendo un vero e proprio scudo umano che abbatte la diffidenza degli anziani verso la digitalizzazione della salute. L’atto clinico mediato dallo schermo o l’arrivo del drone logistico cessano di essere percepiti come un’imposizione burocratica alienante e vengono legittimati dalla fiducia storica riposta nell’operatore locale, mutando il digital divide in un’occasione di cittadinanza protetta dalla vigilanza sociale del vicinato.

  1. L’ecosistema fiscale della co-liberazione: redistribuzione della rendita e sostenibilità macroeconomica

La copertura finanziaria della transizione biopolitica e l’attivazione dei servizi di prossimità non gravano sul deficit pubblico o sul debito sovrano, ma si realizzano attraverso uno spostamento del prelievo fiscale dalla produzione viva alla rendita parassitaria. L’architettura finanziaria si articola in una transizione a due fasi che intercetta i flussi di valore laddove il capitale si accumula a scapito della vita comune. Nel quinquennio di innesto, le risorse iniziali vengono interamente drenate attraverso il reindirizzamento strategico della quota nazionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e del Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) dedicati alle aree colpite da declino demografico, anticipando e blindando la loro integrazione strutturale all’interno dei negoziati comunitari per la programmazione del ciclo post-2027.

La stabilizzazione strutturale del sistema si garantisce successivamente attraverso cinque canali istituzionali permanenti, calibrati per generare esattamente ventitré virgola sette miliardi di euro annui:

  • Smilitarizzazione (4,2 mld €): Trasferimento vincolato del quindici per cento delle spese militari dello Stato, calcolato sui bilanci della Difesa vagliati dalla Corte dei Conti.
  • Cancellazione dei sussidi fossili (6,5 mld €): Progressiva riconversione del trentuno virgola cinque per cento dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) censiti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).
  • Tassazione della rendita immobiliare (3,8 mld €): Imposta patrimoniale straordinaria dello zero virgola cinque per cento sui grandi patrimoni immobiliari societari con asset superiori ai dieci milioni di euro, vincolata al fondo per l’abitare e alle requisizioni temporanee d’uso sociale contro la turistificazione speculativa degli affitti brevi, in piena coerenza con l’interpretazione sociale della proprietà garantita dall’articolo 42 della Costituzione.
  • Digital Minimum Tax locale (5,2 mld €): Imposta di scopo del tre per cento sui ricavi lordi dei colossi dell’e-commerce, dell’automazione e dell’IA, con il quarantacinque per cento rigidamente preordinato alla copertura del reddito di gestione delle botteghe artigiane e al finanziamento delle Officine dell’Apprendimento. Questo prelievo risponde direttamente al danno macroeconomico rilevato dalle stime della CGIA di Mestre, piegando coercitivamente la rendita algoritmica dei giganti della logistica a domicilio al risarcimento storico del tessuto commerciale e dei presidi tradizionali di vicinato distrutti dalla concorrenza monopolistica.
  • Recupero dell’elusione fiscale (4,0 mld €): Piano straordinario di accertamento contro i paradisi fiscali societari, volto a intercettare appena il quattro virgola tre per cento del tax gap nazionale complessivo certificato dalle relazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF).

Questo ecosistema contabile inverte radicalmente il flusso estrattivo neoliberista, costringendo la rendita globale a farsi carico della rigenerazione biologica, produttiva e relazionale dei territori fragili.

Conclusioni. L’orizzonte della co-liberazione: riscatto del tempo e pragmatismo della prossimità

L’esplorazione sinergica dei territori fragili e delle patologie neurobiologiche della modernità dimostra che l’inverno demografico non può essere ridotto a uno sbilanciamento contabile della spesa pubblica, né a un’emergenza numerica arginabile con politiche assistenziali una tantum. Essa si configura come un indicatore sintomatico profondo: il rifiuto biologico delle nuove generazioni di farsi ingranaggio di un modello economico che esige la totale disponibilità temporale dei soggetti, frammentandone l’esistenza e inaridendo il desiderio generativo. Di fronte al vicolo cieco in cui oscillano la retorica reazionaria della restaurazione patriarcale e l’approccio liberale dell’estrazione di lavoro di cura a basso costo, l’architettura di co-liberazione delinea una terza via praticabile, in cui la riproduzione della vita viene sottratta alle dinamiche del profitto.

Tuttavia, per blindare questa proposta da derive utopistiche o nostalgiche, occorre rigettare con forza ogni forma di idealismo morale o imperativo etico astratto. La rigenerazione dei legami sociali, della solidarietà e della fiducia interpersonale non può essere imposta per decreto normativo o per esortazione sentimentale. Come formalizzato dal pensiero sociologico di Jon Elster all’interno di “Uva acerba. Versioni non ortodosse della razionalità” (1989), sentimenti profondi come l’amore, la stima e la cooperazione spontanea appartengono rigorosamente alla categoria degli “stati che sono essenzialmente sottoprodotti” (states that are essentially by-products). Essi nascono unicamente come effetto collaterale di altre azioni materiali e non possono essere perseguiti intenzionalmente dalla volontà senza essere irrimediabilmente distrutti. Pretendere che una comunità si sostenga sulla base di un comandamento etico configura un errore psicologico e un’istanza di hubris volontaristica. L’architettura dei “monasteri laici” e la demercificazione dei borghi non nascono dunque per promuovere una sterile restaurazione morale, ma come ingegneria logistica e strutturale. L’obiettivo non è ordinare la solidarietà, ma riorganizzare i rapporti di produzione, l’ecosistema digitale e i tempi di vita affinché la solidarietà e il desiderio relazionale possano fiorire spontaneamente come sottoprodotto macroeconomico della disalienazione.

Questa prospettiva storico-materialistica attualizza la più grande risposta organizzativa che la civiltà occidentale oppose al collasso strutturale e demografico dell’Impero Romano: la rivoluzione biopolitica benedettina. L’intuizione di San Benedetto non coincise con un isolamento sterile o con una predicazione moralistica, ma con una radicale innovazione infrastrutturale. Fondendo la disciplina del lavoro materiale con la cura dell’esistenza e della cultura (ora et labora), l’ordine benedettino convertì l’eremitismo frammentato in una rete di comunità stabili, produttive e autosufficienti. Sulle macerie dello Stato sociale contemporaneo, i laboratori sperimentali dei piccoli comuni e dei borghi urbani si pongono come i nuovi presidi di questa resistenza. In questa geografia della prossimità, la nuova “Regola” laica ed immanente si fonda su una devozione militante verso la vulnerabilità condivisa, la manutenzione della terra lavorata secondo i ritmi dell’agricoltura sociale e la salvaguardia dei circuiti cerebrali giovanili dalla natura intrinsecamente alienante e assuefacente delle Big Tech. Solo trasformando la cura da un carico riproduttivo privato e penalizzante in una responsabilità collettiva, materiale e universale, sarà possibile rifondare un reale patto di civiltà, traducendo la fragilità dei corpi nella sola prassi politica capace di generare un orizzonte di esistenze fertili e definitivamente liberate.

Questo testo è una sintesi di un saggio più ampio intitolato “Mettere al mondo il mondo che vogliamo. Liberare il tempo, rigenerare i borghi: dai monasteri laici al modello Enea oltre l’inverno demografico” che è stato pubblicato su Transform-Italia.

In compagnia degli animali (per salvare l’umano)

Curarsi degli animali, curare con gli animali – Eventi culturali alla Biblioteca di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria

*Salvatore Di Fazio

La Biblioteca di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria a partire dal mese di aprile 2026, ha promosso un ciclo di seminari sul tema: “In compagnia degli animali (salvando l’umano)”. Il programma  propone 6 diversi appuntamenti fino a ottobre: quattro seminari che prendono spunto dalla presentazione di libri e due proiezioni cinematografiche.

Il tema di quest’anno focalizza l’attenzione sul rapporto che oggi stabiliamo con gli animali, secondo diversi aspetti: l’importanza assunta dalle attività zootecniche nell’economia locale; la rilevanza delle espressioni culturali della civiltà pastorale; la sempre maggiore ricerca della compagnia degli animali e la loro presenza nella nostra vita sociale; il rapporto tra il benessere degli animali e il benessere umano, cui essi possono contribuire anche in chiave terapeutica; lo sterminio di cui gli animali sono vittime nei luoghi di guerra, dove alla orribile cancellazione di intere comunità umane si accompagna la distruzione irreparabile delle colture, del bestiame e degli habitat che ne hanno finora sostenuto la vita. Infine, in occasione dell’VIII centenario della morte di Francesco d’Assisi, viene proposta una riflessione su due episodi della vita del Santo,  riferiti ad animali (in particolare, il lupo e la pecora), che offrono spunti fondativi di una nuova ecologia “integrale”.

La prima parte del ciclo, si è conclusa a maggio con un seminario sul tema “Curarsi degli animali, curare con gli animali”, cui hanno partecipato Michele Panzera (Professore Ordinario di Etologia veterinaria e Benessere animale dell’Università di Messina; Medico Veterinario esperto in Interventi Assistiti con gli Animali) e Salvatore Cacciola (Sociologo, Presidente della Rete Fattorie Sociali Sicilia – BioAS). Davanti a un pubblico numeroso e qualificato i relatori hanno delimitato un tema divenuto sempre più importante nel contesto sociale italiano.

Curarsi degli animali, significa garantire ad essi una qualità di vita consona alle loro prerogative comportamentali. Perché l’uomo deve farlo e come deve farlo? Se pensiamo agli animali d’affezione e compagnia a volte assistiamo a varie forme di maltrattamento fino all’abbandono, a volte, al contrario, essi sono oggetto di attenzioni esagerate e altrettanto improprie, venendo trattati come degli umani o dei bambini – riflesse in espressioni usate dai loro proprietari, che li appellano come “il mio bambino a quattro zampe”.

Avviando la conversazione, Michele Panzera ha affermato che “Curarsi degli animali è importante e il modo come lo facciamo è rivelatore della nostra condizione di umanità e di civiltà”. C’è stato un lavoro da compiere: “Se pensiamo agli animali da reddito e da produzione, abbiamo fatto un lungo percorso culturale dagli anni Sessanta ad oggi”. Con la diffusione degli allevamenti intensivi allora si parlava di “macchina animale”, bovini suini, avicoli… venivano usati come un mero strumento produttivo di cui bisognava migliorare il rendimento anche con l’uso di condizioni stabulative e ambientali, selezioni genetiche, programmi alimentari, per certi versi “estremi”, con l’obiettivo di incrementare il rendimento produttivo abbattendo i costi di produzione. Abbiamo così avuto, più latte, più carne, più uova…a un più basso prezzo. Oggi, però, con il passare del tempo, abbiamo dovuto  prendere atto anche dei drammatici risvolti negativi di tale sistema produttivo. “Abbiamo compreso – continua Panzera –  che la nostra salute dipende dalla qualità di ciò che mangiamo e che a sua volta la qualità degli alimenti di origine animale dipende dalla salute e dal benessere degli animali stessi”. Negli allevamenti zootecnici, inevitabilmente, il benessere animale è divenuto un tema cruciale. “Questa acquisizione oggi va ancor meglio precisata. Dobbiamo comprendere che gli animali sono “individui”, soggetti senzienti, meritevoli di un’attenzione individuale, così come sancito recentemente dal trattato di Lisbona e riflesso nel sistema normativo e regolementare che consegue alle diverse direttive comunitarie nel merito. Se guardiamo all’ambiente stabulativo, la condizione di benessere animale non va intesa appena come superficie minima da garantire per il decubito, ad esempio in rapporto al peso e alle dimensioni correlate, ma in senso più ampio come spazio vitale, nel rispetto di tutte le prerogative comportamentali, privilegiando forme libere di allevamento, offrendo adeguati spazi per la deambulazione, condizioni abituali di contatto sociale con altri individui, e dando sempre maggiore autonomia all’animale nell’espletamento delle sue funzioni e attività”.

Quest’approccio oggi si è affermato anche per l’impegno degli studiosi e perché la considerazione delle conoscenze acquisite nel campo dell’etologia ha preso spazio. Tuttavia facciamo ancora una distinzione artificiosa tra gli animali da compagnia e di affezione (cani, gatti) e gli animali da reddito (galline, vacche, suini,…). Ciò, sol perché ai primi riconosciamo la capacità di prendersi cura di noi. È la nostra frequentazione che ci fa accorgere delle loro capacità empatiche, ma analoga capacità, in diverso grado e modo, dobbiamo riconoscere alle diverse specie animali. Gli animali hanno la capacità di “sintonizzarsi” sul disagio emozionale del loro interlocutore.

“Questa capacità empatica degli animali, che negli ultimi quarant’anni è stata sempre più fatta oggetto di attenzione dalle neuroscienze, a partire dagli studi sui neuroni-specchio, ha aperto un campo terapeutico del tutto nuovo che abbiamo scoperto essere estremamente efficace per patologie o condizioni di fragilità altrimenti molto più difficili e complesse da affrontare: si pensi alle diverse fome autistiche o schizoidi, al morbo di Parkinson, alla demenza senile o a tante neurofragilità dell’età evolutiva…”  Grazie a queste acquisizioni scientifiche abbiamo iniziato a parlare di “pet therapy” e poi, più recentemente, di “terapia assistita con gli animali”. Panzera sottolinea che le parole sono importanti. L’animale non è “utilizzato” per la terapia, non è uno “strumento”. All’animale riconosciamo piuttosto “capacità”, sulla base delle quali possiamo affidargli “mansioni”, ad esempio come “catalizzatore sociale” nelle azioni di cura. È In questo senso che dobbiamo interpretare l’espressione “curare con gli animali”. Attraverso il linguaggio del corpo gli animali sono in grado di immedesimarsi nella condizione dell’interlocutore, ne rilevano lo stato emotivo, stabiliscono un rapporto empatico “non giudicante”, non motivato da interessi reconditi.

A Salvatore Cacciola spetta il compito di delineare il contesto in cui gli interventi assistiti con gli animali (IAA) possono essere condotti. “Oggi gli IAA sono pienamente riconosciuti dal Sistema Sanitario Nazionale e ciò si deve non solo alle notevoli acquisizioni scientifiche, ma anche a un sistema di buone pratiche che nel nostro paese si è affermato. Lo studio di quello che è avvenuto e la condivisione e riproposizione degli approcci più efficaci è altrettanto importante delle conquiste teoriche. In tal senso in Italia si sono avviate diverse ricerche in diversi ambiti cui ho avuto modo di partecipare  (es: Associazione Italiana di Sociologia, Università di Urbino, Gruppo di lavoro nazionale su “Agricoltura sociale e interventi assistiti con gli animali”). L’animale, nei cosiddetti IAA  diventa un co-terapeuta, come è stato già evidenziato, cioè si trova coinvolto in un processo complesso e articolato, che avviene in un luogo altrettanto complesso e che corrisponde a una serie di azioni concatenate e intenzionali. Il cosiddetto “setting” deve essere un luogo dove i soggetti hanno piena possibilità di esprimersi e di essere coinvolti in azioni inclusive”.

Qual è allora l’ambito più efficace? È l’azienda agricola? “Certamente sì, se l’azienda dove avviene l’intervento pratica agricoltura sociale, per come questa deve correttamente intendersi. Ciò è stato confermato da diverse ricerche: ad esempio gli interventi terapeutici con equini si mostrano molto più efficaci in un contesto di agricoltura sociale che non in un contesto sportivo. C’è una dignità dell’animale, quale co-terapeuta, che nell’azienda viene pienamente considerata, e una efficacia/idoneità del luogo dove la terapia avviene”.

Continua Cacciola: “È significativo che nello stesso anno, il 2015, siano venuti fuori la Legge 141 sull’agricoltura sociale e le linee-guida del Ministero della Salute sugli interventi assistiti con gli animali. I rimandi reciproci sul tema confermano a livello legislativo e istituzionale quanto ci siamo detti.  Gli IAA possono riguardare vari ambiti: c’è quello terapeutico, propriamente detto, ma c’è anche quello socio-educativo e socio-ricreativo. Spesso nell’azienda che pratica agricoltura sociale tutte queste dimensioni sono presenti. L’animale è oggetto di una specifica cura e formazione. Inoltre, l’azienda è il luogo esemplare di una cura e attenzione a più ampio spettro, per le piante, per l’ambiente, per le persone che la visitano, per cui anche le famiglie dei soggetti assistititi si trovano in un luogo e una comunità di persone che le aiuta maggiormente ad assumere un punto di vista corretto rispetto alla terapia stessa e alle aspettative e ai comportamenti che devono accompagnarla”.

Anche nelle aziende agricole spesso si guarda con leggerezza alla terapia assistita con gli animali. Non basta assicurare la vicinanza dell’animale, non basta poter stare con un cavallo. Occorrono una serie di competenze, occorre formazione specifica, profili professionali e luoghi idonei. Vale in campo agrario quello che si può dire per il campo medico o veterinario. Cacciola rafforza il concetto “Spesso c’è chi crede di fare ortoterapia perché nell’orto aziendale accoglie ragazzi, magari con problemi, che raccolgono pomodori o lattughe. Ma anche, qui, non basta. L’ortoterapia è ben altro. Così non sempre la compagnia degli animali può far star bene. A volte gli animali ci fanno anche del male, gli stessi animali d’affezione ci mordono. Così come le piante o in generale il contatto con la natura…non sempre ci fa bene. Non vado in campagna se ho allergie…”.

Panzera conclude offrendo dei dati: “Se parliamo degli animali da compagnia possiamo dire che oggi in Italia il cane e il gatto fanno parte della famiglia. I dati 2006 di Zoomark registrano la presenza di quasi 54 milioni di animali d’affezione nelle case degli italiani. Sono numeri che fan da contraltare alla crisi demografica. Dobbiamo imparare a vivere correttamente il rapporto con gli animali”. Spesso, soprattutto per gli anziani, gli animali suppliscono carenze relazionali. Non possiamo illuderci di potere sostituire il mondo relazionale di un anziano con un robot in grado di conversare. L’animale entra in un rapporto diverso, proprio perché è di tipo empatico e in un certo senso va valorizzato. “Tuttavia – prosegue Panzera – se guardiamo da un altro punto di vista questo fenomeno sociale, osserviamo il proliferare di pet-shop che somigliano a boutique di moda, dove troviamo l’impermeabile griffato per il cane”. Anche questa è una deriva culturale che non possiamo permetterci e che agli animali, come agli umani, non fa bene.

Presso la Biblioteca di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria il ciclo di seminari “In compagnia degli animali” riprenderà ad ottobre. Dettagli a questo link

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*Professore ordinario, Delegato ai Servizi di Biblioteca e alla Iniziative culturali – Dipartimento di Agraria, Università Mediterranea di Reggio Calabria