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Terra Comune: a Roma il primo passo verso un’alleanza per un cibo giusto e un’agricoltura sana

 

Paolo Guarnaccia

Il 17 gennaio 2026, nella sede di Libera in via Stamira 5 a Roma, si è tenuta l’assemblea pubblica ‘Terra Comune’, una giornata di confronto e progettazione collettiva nata dall’urgenza di reagire a una fase storica segnata da crisi intrecciate: economiche, sociali, ambientali e democratiche.

L’incontro si è presentato fin da subito come un tentativo concreto di mettere insieme mondi che, pur parlando quotidianamente di cibo, terra e diritti, spesso agiscono in compartimenti separati: aziende agricole, biodistretti, reti dell’agroecologia, comunità del cibo, GAS, sindacati, associazioni ambientaliste, realtà del sociale e cittadini attivi. L’obiettivo dichiarato non era quello di fondare un’altra sigla, ma di aprire uno spazio comune e trasversale capace di convergere su un’agenda condivisa e incidere sulle scelte politiche che determinano, sempre più, la qualità della nostra alimentazione e la tenuta delle aree rurali.

L’invito all’assemblea ha richiamato con parole nette il clima del presente: compressione dei redditi, difficoltà di accesso al cibo di qualità, sofferenza delle aziende agricole, soprattutto piccole e medie, e, sullo sfondo, il rischio che guerra e logiche estrattive diventino l’orizzonte “normale” delle politiche pubbliche. In questo quadro, l’agricoltura viene descritta come stretta fra nuovi latifondismi e un’industrializzazione spinta (robotizzazione, concentrazione del potere nelle filiere, allevamenti ridotti a “fabbriche di carne”), con conseguenze dirette sul lavoro agricolo, sui territori e sulla qualità del cibo.

Il Manifesto ‘Terra Comune colloca questo scenario dentro una multi-crisi nazionale ed europea e definisce il cibo come un nodo vitale e politico: non solo merce, ma diritto, cultura, lavoro, salute, cura e sostenibilità dei territori. L’analisi è chiara: il sistema agroalimentare “collassa da due lati”, perché chi produce fatica a vivere del proprio lavoro e chi consuma fatica ad accedere a cibo sano e di qualità. È un fallimento insieme ambientale, agricolo e sociale.

A pochi giorni dall’iniziativa, la mail di ringraziamento inviata dall’associazione ‘Terra!’ restituisce un dato importante: oltre cento realtà presenti, provenienti da ambiti diversi (agricoltura, ambiente, salute, sociale, diritti, lavoro, ricerca e attivismo). La stessa mail sottolinea come la “grande partecipazione” e la “ricchezza degli interventi” abbiano reso evidente quanto fosse necessario creare uno spazio di questo tipo: un luogo di incontro, riconnessione e riflessione collettiva.

Un ringraziamento specifico è stato rivolto a don Luigi Ciotti e a Libera, per l’accoglienza “in un luogo che rappresenta concretamente l’impegno per la giustizia, la pace e la responsabilità civile”. Questo passaggio non è formale: colloca ‘Terra Comune’ dentro una cornice valoriale che lega cibo, legalità e dignità del lavoro, richiamando la necessità di un impegno pubblico che non separi le questioni sociali da quelle ambientali.

Uno dei contributi più utili del Manifesto è la sintesi delle condizioni minime perché una filiera possa dirsi “giusta”. La proposta tiene insieme tre piani: redditi e diritti per chi produce, accesso equo al cibo sano per tutti e modelli agricoli che riparano, non distruggono, la Terra.

È un punto centrale anche per chi si occupa di agricoltura sociale, perché mette a fuoco un’evidenza spesso rimossa: non può esistere inclusione senza sostenibilità economica delle aziende; non può esserci diritto al cibo se la qualità diventa un privilegio; non può esserci cura delle persone senza cura degli ecosistemi. In altre parole, giustizia agricola e giustizia alimentare sono inseparabili: se il prezzo viene imposto da filiere sbilanciate e la distribuzione concentra margini e potere in pochi attori, l’ingiustizia ricade su produttori, lavoratori e famiglie, e produce esclusione.

Nel documento programmatico, e nel clima restituito dal confronto assembleare, emergono alcune direttrici di lavoro che possono diventare una piattaforma comune: un giusto prezzo del cibo, come “primo luogo” in cui si gioca la giustizia: un prezzo che renda sostenibile produrre e allo stesso tempo renda possibile acquistare cibo buono e sano; diritto al cibo e giustizia alimentare, contro l’aumento delle disuguaglianze alimentari legate a reddito, territorio e accesso ai servizi; reddito dignitoso per gli agricoltori  e contrasto alle pratiche sleali che costringono a produrre in perdita; stop al consumo di suolo e accesso alla terra, favorendo anche il ricambio generazionale e l’ingresso dei giovani in agricoltura; transizione agroecologica per la tutela della fertilità del suolo, della biodiversità, dell’aria e dell’acqua; diritti del lavoro e lotta al caporalato, perché senza dignità del lavoro non può esistere alcuna giustizia del cibo; un confronto serio sugli allevamenti intensivi , non per alimentare contrapposizioni, ma per immaginare un percorso realistico di superamento sostenuto da politiche e risorse.

Per una newsletter dedicata all’agricoltura sociale, ‘Terra Comune’ rappresenta un passaggio interessante non solo per i contenuti, ma per il metodo: riconoscere la frammentazione come parte della crisi e provare a ricucire fratture fra produttori, consumatori, movimenti sociali e ambientalisti.

L’agricoltura sociale, per sua natura, sta proprio nel punto di incrocio fra produzione agricola, welfare di comunità, inclusione lavorativa, salute e cura dei territori. In questo senso, l’assemblea di Roma può essere letta come una chiamata a rafforzare alleanze che rendano visibile ciò che spesso resta ai margini: che il cibo non è soltanto “un prodotto da consumare”, ma anche dignità del lavoro, coesione sociale, accesso ai diritti e qualità della vita nei territori.

Il 17 gennaio non è stato un punto di arrivo, ma l’avvio di un percorso. Si propone di “prendersi il tempo necessario” non per rallentare, ma per costruire basi solide, ragionare sui temi emersi anche attraverso il Manifesto e valutare come proseguire “anche a livello territoriale”.

In un tempo in cui la discussione pubblica tende a semplificare o polarizzare, “Terra Comune” prova a riaprire uno spazio di complessità utile: tenere insieme lavoro, ambiente, salute, accesso al cibo e diritti, riconoscendo che nessuna di queste dimensioni può reggere da sola. Il Manifesto lo riassume in un principio che suona insieme politico e pratico: “terra, non guerra”, cioè riportare risorse e priorità sulla cura della vita, dei territori e delle comunità.

Se l’obiettivo è “restituire un valore politico al cibo” e costruire un’alternativa come bene comune, la sfida ora è trasformare l’energia dell’assemblea in azioni, proposte e alleanze stabili, capaci di parlare ai territori e di incidere sulle scelte che determinano il futuro dell’agricoltura e, con essa, della giustizia sociale.

Il Manifesto Terra Comune

 

GenSper: in Sardegna, un vecchio villaggio Enel accoglie i disagi dei più fragili

 

Luigi Manias

 

Il villaggio Enel, presso la diga del Coghinas, nel Comune di Oschiri, abbandonato negli anni ’90, è stato donato nel 2012 dall’Enel all’Associazione “Orizzonti di Speranza”. Negli ultimi cinque anni è stato oggetto di una attività di recupero funzionale, da parte dell’associazione Progetto GenSper. L’Associazione opera nell’ambito del volontariato, mirando al reinserimento sociale delle persone che, a causa del loro vissuto, si trovano in una condizione di difficoltà.
Attraverso il lavoro e la vita comunitaria, Gensper offre una possibilità di ritrovare e scoprire lo scopo della propria vita a persone provenienti da esperienze carcerarie, di dipendenza, di disagio, di devianza, ma non solo.
Nell’Oasi de sos Anghelos trovano collocazione anche coloro che desiderano contribuire in maniera concreta e fattiva alla realizzazione degli obiettivi fissati dall’associazione.

Matteo Piga, presidente dell’associazione, dal 2021 lo ha adibito a centro di accoglienza e riabilitazione residenziale per giovani che vivono in condizioni di disagio, con problemi di dipendenza, psicologici o penali e oggi racconta a BioAgricolturaSociale le origini e la storia del progetto.

“La nostra sede è nel villaggio Enel di Oschiri presso la diga del Coghinas. Oschiri è uno dei primi poli industriali della Sardegna. Nel 1920 un ingegnere di Cuneo decide di sbarrare la valle del Coghinas e di formare un lago. Nasce quindi nel 1925 la diga del Coghinas, uno sbarramento che forma uno dei laghi artificiali più grandi della Sardegna. La diga viene costruita per produrre energia elettrica e ammonio, trasportato per la lavorazione dalla centrale del Coghinas ad Oschiri, grazie a un dotto lungo 18 km. Nello stesso anno viene costruito il Ponte Diana, che attraversa il lago ed è ormai centenario. La diga è particolare, perché è una delle poche al mondo costruite a compressione. Il lungimirante ingegnere che l’ha costruita aveva pensato di utilizzare per la costruzione degli elementi e degli inerti presenti sul posto. Infatti la diga è costruita con blocchi di granito giganteschi, giustapposti uno sull’altro a compressione, ed tutt’ora una delle più importanti in Sardegna per la produzione di energia elettrica. L’ammonio veniva lavorato ad Oschiri in uno stabilimento e serviva per per produrre concimi azotati, fra i primi usati in Sardegna per l’agricoltura.
Fra il 1958 e il 1960 Enel aveva bisogno di tecnici e ingegneri in loco per la costruzione e gestione della centrale idro elettrica e in prima battuta pensò di cercare in Oschiri le case per la loro sistemazione, ma inutilmente. Allora Enel ha acquistato, proprio a fianco alla diga, un ampio terreno dove ha costruito 24 villette, una scuola, un cinema e una foresteria. Nel 1990 questo villaggio non aveva più ragione di esistere, poiché la centrale era ormai entrata in funzione. Quindi gradualmente trasferirono il personale e il villaggio è rimasto disabitato e preda di bande di giovani che l’hanno saccheggiato e vandalizzato.
Anche la natura si è ripresa lo spazio a lei sottratto. Ricordo che la prima volta che sono venuto ho dovuto posteggiare l’auto al di fuori del villaggio, che aveva una estensione enorme, poiché oltre alle case c’erano anche 70 ettari di terreno. All’interno delle case erano cresciuti gli alberi e la prima volta che ci sono andato con don Luigi Delogu, allora presidente di Orizzonti di Speranza, la Onlus alla quale Enel ha donato nel marzo del 2011 il villaggio, ho dovuto lasciare la macchina all’ingresso. Si passava piano piano sotto le piante. Dopo questa visita pensavo che non sarei mai più tornato al villaggio e poi, invece, con il mio amico Lorenzo, abbiamo deciso di iniziare a lavorarci, pian pianino. Inizialmente eravamo una ventina di persone a fare, il sabato e la domenica,  lavori di pulizia. Siamo rimasti io e mia moglie: gli ultimi volontari resistenti. I ragazzi che attualmente ci sono al villaggio hanno completato questo risanamento in 5 anni. Un lavoro straordinario. Molto dobbiamo ad Antonello Comina che ha partecipato con grande convinzioni, mettendoci veramente il cuore e aiutandoci in tutto. Antonello è un vero volontario, poiché se c’è qualcuno che ha bisogno, lui molla tutto e si dedica a chi ha necessità. Da encomio. Oggi il villaggio è fruibile: tutta la zona delle case, il bosco ripulito completamente, con il recupero di tanti ettari. C’è voluto davvero un lavoro gigantesco ma oggi siamo qui”.

In che cosa consiste il vostro progetto?

“Il nostro progetto è finalizzato ad aiutare le persone e soprattutto cercare di dar loro un nuovo indirizzo di vita, facendoli uscire da un orizzonte di grigiore e di emarginazione, dando loro po di dignità. Siamo andati avanti con esperienze positive e negative, ma abbiamo cercato di trasformare quelle negative in positive. Fra i nostri volontari ce n’è uno che aveva 72 anni e oggi ne ha 76”.

Qual’è la tipologia, l’età e il profilo dei vostri volontari?

“I nostri volontari, i nostri ragazzi, sono tutte persone che arrivano esperienze di vita sofferte, ma che intendono rimettersi in gioco, anche a 76 anni, sebbene l’età media è fra i 48 e i 50 anni. Un’esigenza stringente di necessità li ha condotti da noi. Ciò che ritengo fondamentale è che questi ragazzi sono venuti spontaneamente a darci una mano, con l’intento di cambiare la loro vita, e quasi automaticamente sono diventati volontari a loro volta. Fra gli altri volontari abbiamo anche un medico di base che viene da noi il lunedì e ci aiuta nelle piccole esigenze, che poi non sono piccole ma gigantesche. Abbiamo anche una psicologa che di tanto in tanto viene a trascorre un periodo con i ragazzi. Per alcuni abbiamo l’educatrice in quanto impegnati in un percorso progettuale rieducativo. E in quest’ottica, oltre alla salvaguardia del bosco, facciamo agricoltura e apicoltura importantissima, per la tutela della biodiversità e quindi per l’umanità”.

Nel corso del progetto avete dovuto fare delle rinunce?

“Si certo, ma è stato fondamentale l’apporto di Antonello Comina, direttore della comunità Il Seme di Santa Giusta e vicepresidente della nostra associazione di volontariato. Grazie a lui abbiamo iniziato un percorso formativo con i volontari, con una progressione continua. Inizialmente abbiamo avuto molte rinunce, perché non si riusciva ad andare avanti da soli come organizzazione di volontariato. Chi offre gratuitamente il proprio operato spesso lo fa con convinzione, ma deve avere dall’altra parte qualcuno che riceve. Dato l’isolamento del luogo non era facile aiutare le persone”.

Che clima si è creato all’interno della squadra?

“Il clima di coesione e collaborazione è tra le cose più importanti nella nostra comunità insieme alla volontà di diventare volontario al fine di aiutare gli altri. Ho iniziato selezionando coloro che erano più predisposti ad aiutare gli altri e quindi ho formato il primo nucleo molto piccolo di persone indirizzate al volontariato. Questo ha permesso che tutti coloro che arrivano da noi alla fine si adeguano agli altri e si allineano facilmente con il gruppo”.

Quale apporto significativo hanno dato alla realizzazione del progetto i volontari?

“I nostri volontari  sono tutto.  Sebbene le decisioni le prendiamo tutti insieme, chi poi porta avanti tutto sono loro, i volontari. Personalmente faccio ben poco e quindi tutto il merito, davvero, è per questi ragazzi, che comunque si impegnano e portano avanti tutti i progetti che  studiamo e avviamo”.

Ci sono stati dei cambiamenti apprezzabili nei volontari rispetto a quando si è iniziato?

“Si, devo dire che ci sono stati dei cambiamenti. Siamo nel 2026 ma gli indirizzi che diamo sono, come ho detto prima, quelli della conspevolezza delle persone. I volontari non hanno divieti e gli obblighi sono pochissimi. Ma l’impegno e l’obiettivo è l’inserimento nella società”.

Cosa si aspettano da questo progetto i volontari?

“I ragazzi si aspettano certamente un’evoluzione del progetto, confidando in una inclusione sociale autentica, anche se la società alle volte li mette da una parte, non li considera”.