
Luigi Manias
Mieli Manias – Responsabile e Azienda Capofila del progetto di agricoltura sociale GICOIAS

Caduta libera
I dati sull’agricoltura sarda (Istat Noi Italia 2024, interpolati al 7° censimento dell’agricoltura pubblicato nel 2022), desumibili da Comunicazione Italiana sono, per usare un eufemismo, scoraggianti. La Sardegna è terza con 1,23 milioni di ettari (10% del totale della SAU nazionale), dietro a Sicilia 1,34 milioni e Puglia 1,30 milioni. In Italia le aziende agricole sono 1.133.006; 30% in meno rispetto a dieci anni fa. Nell’Isola nel 2010 quelle attive erano 60.812, nel 2020 si sono ridotte a 47.077, numero insufficiente rispetto all’ampiezza del territorio agricolo. La sperequazione di genere e l’evidente invecchiamento della categoria sono i dati più eclatanti: oltre il 31% dei capi d’azienda agricola, quasi sempre maschi, ha un’età compresa tra 45 e 59 anni, quasi il 30% si trova nella fascia 60-74 e c’è un 17,5% di titolari che ne ha oltre 75. Al contrario solo il 3,7% ha meno di 29 anni. La forza lavoro del settore è principalmente formata da membri della famiglia del capo d’azienda rispetto a quella non familiare con un rapporto di 217 ogni 100. Negli ultimi 15 anni, la produzione ortofrutticola in Sardegna ha subito un crollo del 70%, tanto da importare 2/3 del fabbisogno.
Altri primati?
Può essere motivo di vanto il fatto che la Sardegna, dopo l’Emilia Romagna, ha il maggior numero di imprese sociali (Erriu, CCIAA CA e OR) ed è la regione con la quota maggioritaria nella spesa sociale (Pianu)? Nel primo caso la primazia consegue ad un corrispondente e pervasivo disagio sociale; nel secondo caso gli esiti di tale sforzo non è documentato.
Che cosa è l’agricoltura sociale?
Pensare che un paziente di un CSM possa svolgere un tirocinio formativo con esiti professionalizzanti, peraltro per periodi di attività assai ristretti (9 – 12 mesi, Agris propone 18 mesi) è una pia illusione. Il tirocinio formativo è la modalità preferenziale in cui viene inquadrata nella generalità dei casi l’inclusione lavorativa degli utenti nelle fattorie sociali: Includis docet. Su questa tipologia di utenti – ma anche su altri – è chiaro che stiamo parlando di un intervento terapeutico, con finalità di socializzazione in un contesto “sano”. Si tratta di far uscire delle persone, ed è questo l’atto topico, dalla loro monade di sofferenza esistenziale, ristabilendo un quadro di relazioni e contatti. Gli utenti che vengono inclusi in attività di fattoria sociale sono l’espressione più tragica del disagio delle nostre comunità rurali, che recentemente il governo Meloni intende accompagnare, con la dismissione dello staff ministeriale della SNAI, all’estinzione. Nel desolato vuoto delle campagne la fattoria sociale potrebbe diventare baluardo ultimo di speranza, per lenire, parzialmente, il male di vivere.
Un nuovo profilo normativo
Se le produzioni sono in caduta libera il rapporto di prevalenza rispetto all’attività multifunzionale, la dove questa raggiunge una certa intensità, diventa problematico e non sostenibile. Quindi l’agricoltura sociale non può essere connessa, pena l’inattività, in in forma sussidiaria, all’attiva agricola primaria.
L’agricoltura sociale è qualcosa di completamente diverso dalle altre attività multifunzionali e dovrebbe rispondere ad un quadro normativo che non può essere quello della L.R. 2015, che peraltro contravviene alla Legge nazionale, che non assume la complementarietà come elemento discriminate. L’agricoltura sociale ha bisogno di un nuovo e innovativo profilo normativo.
I territori virtuosi
Se alcuni territori hanno espresso, talvolta anche prima che il servizio di fattoria sociale venisse normato dalla L.R., una capacità di aggregazione tale da garantire una continuità di esercizio, allora è d’obbligo passare dalla transitorietà del progetto alla funzionalità del servizio, in uno sforzo collettivo che veda Assessorato all’Agricoltura, Politiche Sociali, Sanità, Plus socio sanitari condividere un intento unitario.