*Salvatore Di Fazio

La Biblioteca di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria a partire dal mese di aprile 2026, ha promosso un ciclo di seminari sul tema: “In compagnia degli animali (salvando l’umano)”. Il programma propone 6 diversi appuntamenti fino a ottobre: quattro seminari che prendono spunto dalla presentazione di libri e due proiezioni cinematografiche.
Il tema di quest’anno focalizza l’attenzione sul rapporto che oggi stabiliamo con gli animali, secondo diversi aspetti: l’importanza assunta dalle attività zootecniche nell’economia locale; la rilevanza delle espressioni culturali della civiltà pastorale; la sempre maggiore ricerca della compagnia degli animali e la loro presenza nella nostra vita sociale; il rapporto tra il benessere degli animali e il benessere umano, cui essi possono contribuire anche in chiave terapeutica; lo sterminio di cui gli animali sono vittime nei luoghi di guerra, dove alla orribile cancellazione di intere comunità umane si accompagna la distruzione irreparabile delle colture, del bestiame e degli habitat che ne hanno finora sostenuto la vita. Infine, in occasione dell’VIII centenario della morte di Francesco d’Assisi, viene proposta una riflessione su due episodi della vita del Santo, riferiti ad animali (in particolare, il lupo e la pecora), che offrono spunti fondativi di una nuova ecologia “integrale”.
La prima parte del ciclo, si è conclusa a maggio con un seminario sul tema “Curarsi degli animali, curare con gli animali”, cui hanno partecipato Michele Panzera (Professore Ordinario di Etologia veterinaria e Benessere animale dell’Università di Messina; Medico Veterinario esperto in Interventi Assistiti con gli Animali) e Salvatore Cacciola (Sociologo, Presidente della Rete Fattorie Sociali Sicilia – BioAS). Davanti a un pubblico numeroso e qualificato i relatori hanno delimitato un tema divenuto sempre più importante nel contesto sociale italiano.
Curarsi degli animali, significa garantire ad essi una qualità di vita consona alle loro prerogative comportamentali. Perché l’uomo deve farlo e come deve farlo? Se pensiamo agli animali d’affezione e compagnia a volte assistiamo a varie forme di maltrattamento fino all’abbandono, a volte, al contrario, essi sono oggetto di attenzioni esagerate e altrettanto improprie, venendo trattati come degli umani o dei bambini – riflesse in espressioni usate dai loro proprietari, che li appellano come “il mio bambino a quattro zampe”.
Avviando la conversazione, Michele Panzera ha affermato che “Curarsi degli animali è importante e il modo come lo facciamo è rivelatore della nostra condizione di umanità e di civiltà”. C’è stato un lavoro da compiere: “Se pensiamo agli animali da reddito e da produzione, abbiamo fatto un lungo percorso culturale dagli anni Sessanta ad oggi”. Con la diffusione degli allevamenti intensivi allora si parlava di “macchina animale”, bovini suini, avicoli… venivano usati come un mero strumento produttivo di cui bisognava migliorare il rendimento anche con l’uso di condizioni stabulative e ambientali, selezioni genetiche, programmi alimentari, per certi versi “estremi”, con l’obiettivo di incrementare il rendimento produttivo abbattendo i costi di produzione. Abbiamo così avuto, più latte, più carne, più uova…a un più basso prezzo. Oggi, però, con il passare del tempo, abbiamo dovuto prendere atto anche dei drammatici risvolti negativi di tale sistema produttivo. “Abbiamo compreso – continua Panzera – che la nostra salute dipende dalla qualità di ciò che mangiamo e che a sua volta la qualità degli alimenti di origine animale dipende dalla salute e dal benessere degli animali stessi”. Negli allevamenti zootecnici, inevitabilmente, il benessere animale è divenuto un tema cruciale. “Questa acquisizione oggi va ancor meglio precisata. Dobbiamo comprendere che gli animali sono “individui”, soggetti senzienti, meritevoli di un’attenzione individuale, così come sancito recentemente dal trattato di Lisbona e riflesso nel sistema normativo e regolementare che consegue alle diverse direttive comunitarie nel merito. Se guardiamo all’ambiente stabulativo, la condizione di benessere animale non va intesa appena come superficie minima da garantire per il decubito, ad esempio in rapporto al peso e alle dimensioni correlate, ma in senso più ampio come spazio vitale, nel rispetto di tutte le prerogative comportamentali, privilegiando forme libere di allevamento, offrendo adeguati spazi per la deambulazione, condizioni abituali di contatto sociale con altri individui, e dando sempre maggiore autonomia all’animale nell’espletamento delle sue funzioni e attività”.
Quest’approccio oggi si è affermato anche per l’impegno degli studiosi e perché la considerazione delle conoscenze acquisite nel campo dell’etologia ha preso spazio. Tuttavia facciamo ancora una distinzione artificiosa tra gli animali da compagnia e di affezione (cani, gatti) e gli animali da reddito (galline, vacche, suini,…). Ciò, sol perché ai primi riconosciamo la capacità di prendersi cura di noi. È la nostra frequentazione che ci fa accorgere delle loro capacità empatiche, ma analoga capacità, in diverso grado e modo, dobbiamo riconoscere alle diverse specie animali. Gli animali hanno la capacità di “sintonizzarsi” sul disagio emozionale del loro interlocutore.
“Questa capacità empatica degli animali, che negli ultimi quarant’anni è stata sempre più fatta oggetto di attenzione dalle neuroscienze, a partire dagli studi sui neuroni-specchio, ha aperto un campo terapeutico del tutto nuovo che abbiamo scoperto essere estremamente efficace per patologie o condizioni di fragilità altrimenti molto più difficili e complesse da affrontare: si pensi alle diverse fome autistiche o schizoidi, al morbo di Parkinson, alla demenza senile o a tante neurofragilità dell’età evolutiva…” Grazie a queste acquisizioni scientifiche abbiamo iniziato a parlare di “pet therapy” e poi, più recentemente, di “terapia assistita con gli animali”. Panzera sottolinea che le parole sono importanti. L’animale non è “utilizzato” per la terapia, non è uno “strumento”. All’animale riconosciamo piuttosto “capacità”, sulla base delle quali possiamo affidargli “mansioni”, ad esempio come “catalizzatore sociale” nelle azioni di cura. È In questo senso che dobbiamo interpretare l’espressione “curare con gli animali”. Attraverso il linguaggio del corpo gli animali sono in grado di immedesimarsi nella condizione dell’interlocutore, ne rilevano lo stato emotivo, stabiliscono un rapporto empatico “non giudicante”, non motivato da interessi reconditi.
A Salvatore Cacciola spetta il compito di delineare il contesto in cui gli interventi assistiti con gli animali (IAA) possono essere condotti. “Oggi gli IAA sono pienamente riconosciuti dal Sistema Sanitario Nazionale e ciò si deve non solo alle notevoli acquisizioni scientifiche, ma anche a un sistema di buone pratiche che nel nostro paese si è affermato. Lo studio di quello che è avvenuto e la condivisione e riproposizione degli approcci più efficaci è altrettanto importante delle conquiste teoriche. In tal senso in Italia si sono avviate diverse ricerche in diversi ambiti cui ho avuto modo di partecipare (es: Associazione Italiana di Sociologia, Università di Urbino, Gruppo di lavoro nazionale su “Agricoltura sociale e interventi assistiti con gli animali”). L’animale, nei cosiddetti IAA diventa un co-terapeuta, come è stato già evidenziato, cioè si trova coinvolto in un processo complesso e articolato, che avviene in un luogo altrettanto complesso e che corrisponde a una serie di azioni concatenate e intenzionali. Il cosiddetto “setting” deve essere un luogo dove i soggetti hanno piena possibilità di esprimersi e di essere coinvolti in azioni inclusive”.
Qual è allora l’ambito più efficace? È l’azienda agricola? “Certamente sì, se l’azienda dove avviene l’intervento pratica agricoltura sociale, per come questa deve correttamente intendersi. Ciò è stato confermato da diverse ricerche: ad esempio gli interventi terapeutici con equini si mostrano molto più efficaci in un contesto di agricoltura sociale che non in un contesto sportivo. C’è una dignità dell’animale, quale co-terapeuta, che nell’azienda viene pienamente considerata, e una efficacia/idoneità del luogo dove la terapia avviene”.
Continua Cacciola: “È significativo che nello stesso anno, il 2015, siano venuti fuori la Legge 141 sull’agricoltura sociale e le linee-guida del Ministero della Salute sugli interventi assistiti con gli animali. I rimandi reciproci sul tema confermano a livello legislativo e istituzionale quanto ci siamo detti. Gli IAA possono riguardare vari ambiti: c’è quello terapeutico, propriamente detto, ma c’è anche quello socio-educativo e socio-ricreativo. Spesso nell’azienda che pratica agricoltura sociale tutte queste dimensioni sono presenti. L’animale è oggetto di una specifica cura e formazione. Inoltre, l’azienda è il luogo esemplare di una cura e attenzione a più ampio spettro, per le piante, per l’ambiente, per le persone che la visitano, per cui anche le famiglie dei soggetti assistititi si trovano in un luogo e una comunità di persone che le aiuta maggiormente ad assumere un punto di vista corretto rispetto alla terapia stessa e alle aspettative e ai comportamenti che devono accompagnarla”.
Anche nelle aziende agricole spesso si guarda con leggerezza alla terapia assistita con gli animali. Non basta assicurare la vicinanza dell’animale, non basta poter stare con un cavallo. Occorrono una serie di competenze, occorre formazione specifica, profili professionali e luoghi idonei. Vale in campo agrario quello che si può dire per il campo medico o veterinario. Cacciola rafforza il concetto “Spesso c’è chi crede di fare ortoterapia perché nell’orto aziendale accoglie ragazzi, magari con problemi, che raccolgono pomodori o lattughe. Ma anche, qui, non basta. L’ortoterapia è ben altro. Così non sempre la compagnia degli animali può far star bene. A volte gli animali ci fanno anche del male, gli stessi animali d’affezione ci mordono. Così come le piante o in generale il contatto con la natura…non sempre ci fa bene. Non vado in campagna se ho allergie…”.
Panzera conclude offrendo dei dati: “Se parliamo degli animali da compagnia possiamo dire che oggi in Italia il cane e il gatto fanno parte della famiglia. I dati 2006 di Zoomark registrano la presenza di quasi 54 milioni di animali d’affezione nelle case degli italiani. Sono numeri che fan da contraltare alla crisi demografica. Dobbiamo imparare a vivere correttamente il rapporto con gli animali”. Spesso, soprattutto per gli anziani, gli animali suppliscono carenze relazionali. Non possiamo illuderci di potere sostituire il mondo relazionale di un anziano con un robot in grado di conversare. L’animale entra in un rapporto diverso, proprio perché è di tipo empatico e in un certo senso va valorizzato. “Tuttavia – prosegue Panzera – se guardiamo da un altro punto di vista questo fenomeno sociale, osserviamo il proliferare di pet-shop che somigliano a boutique di moda, dove troviamo l’impermeabile griffato per il cane”. Anche questa è una deriva culturale che non possiamo permetterci e che agli animali, come agli umani, non fa bene.
Presso la Biblioteca di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria il ciclo di seminari “In compagnia degli animali” riprenderà ad ottobre. Dettagli a questo link
—
*Professore ordinario, Delegato ai Servizi di Biblioteca e alla Iniziative culturali – Dipartimento di Agraria, Università Mediterranea di Reggio Calabria