
Francesco Di Iacovo & Giulia Granai
Dipartimento Scienze Veterinarie, Università di Pisa
Il lavoro in agricoltura rappresenta una risorsa chiave per più motivi, strategici, operativi e organizzativi. In una società che invecchia, il rischio della perdita di competenze e di capacità operative in agricoltura è forte, come la difficoltà di assicurare il ricambio generazionale. Il tema non è solo italiano ma europeo.
L’invecchiamento degli operatori in agricoltura ha due implicazioni, quello strategico, legato alle forme di impresa e alla possibilità di assicurare continuità di processi che richiedono continua attenzione, innovazione e investimenti, aspetti che solo una persona dagli orizzonti di medio lungo periodo lavorativo possono assicurare. In seconda istanza, l’agricoltura, per quanto innovata, anche dal punto di vista tecnologico, ha bisogno di lavoro in quota superiore rispetto ad altre attività lavorative, specie in contesti come quello italiano ed europeo, dove le attività si confrontano con dimensioni aziendali contenute e con una molteplicità di attività. A questo si aggiunge la rilevanza della gestione del territorio che, di per sé, richiede costanza di impegno e capacità operative che vengono spesso date, invece, per scontate. Dal punto di vista organizzativo, infine, la stagionalità di buona parte dei processi di lavoro e la variabilità delle risorse sulle quali i processi agricoli sono realizzati, implica la necessità di adottare una grande varietà di processi produttivi a diverso impegno stagionale – con evidenti punte nelle stagioni caratterizzate da minori piogge e da temperature più consone alla crescita produttiva delle piante, come degli animali-, processi che, a loro volta, richiedono competenze diverse. Sempre dal punto di vista organizzativo, i calendari di lavoro implicano divisioni di compiti e flessibilità dell’impegno lavorativo nell’anno con ripercussioni sulla gestione del lavoro sui territori rurali e sulla loro vita sociale. Specie dove si riscontrano forti specializzazioni produttive caratterizzate da forte stagionalità l’alternanza dell’occupazione genera alternanza anche nella gestione di vita e del reddito delle persone e delle stesse comunità. Oggi la specializzazione produttiva, alimentata dai vantaggi economici e di mercato, a fronte di un invecchiamento e un impoverimento numerico delle famiglie tradizionalmente residenti, finisce per attivare flussi di lavoro stagionale, spesso di natura migrante, con impatti spesso contrastanti sul sistema di relazioni sociali dei territori, specie in assenza di sistemi adeguati di supporto all’integrazione nel lavoro e nelle comunità. In assenza di questi ultimi il rischio dell’emergere di fenomeni di caporalato e di marginalizzazione sociale delle nuove persone presenti è foriera di asimmetrie e segmentazioni nelle comunità che si riflettono negativamente sulla vivibilità e l’attrattività locale, ma anche sulla stessa qualità etica delle produzioni realizzate. Al contrario, aziende e territori che si caratterizzano per buona varietà produttiva, a fonte di altri impatti economici e organizzativi, sono in grado di assicurare una maggiore regolarità dei flussi di lavoro e una migliore distribuzione delle competenze richieste.
Il lavoro e l’agricoltura sociale
Le caratteristiche che segnano il lavoro in agricoltura valgono per gran parte delle aziende agricole e dei territori, anche di quelli dove l’agricoltura sociale è più diffusa. Le fattorie sociali non hanno una caratteristica produttiva e dimensionale specifica, sebbene alcune circostanze siano più ricorrenti. Si tratta, almeno in Italia, di aziende con una conduzione più giovane, con un livello di adozione delle tecnologie e della digitalizzazione più elevata, con orientamenti produttivi spesso più orientati alla multifunzionalità e alla diversificazione e al rapporto diretto con i mercati in filiera corta. Elementi che, da una parte richiedono competenze e capacità di fare diversificate, una più forte regolarità delle richieste di lavoro e ambienti dove i gruppi di persone sono più numerosi e, spesso, chiamati a lavorare insieme, in piccoli gruppi di persone, siano essi famigliari o di lavoro e con un migliore rapporto di integrazione nei luoghi di lavoro e nelle comunità di accoglienza.
Lavoro in agricoltura e lavoratori
Proprio la difficoltà di assicurare ricambio generazionale nelle aziende agricole pone delle domande rispetto ai possibili processi utili per facilitare il rinnovo delle presenze e delle competenze in agricoltura. Dove l’agricoltura ha rappresentato un’attività poco remunerativa, l’asse generazionale nelle famiglie si è spesso interrotto e questo oggi, porta alla necessità di pensare a soluzioni meno tradizionali per assicurare il necessario turn-over generazionale agricolo e la continuità di una vita attiva nelle comunità rurali. La necessità di facilitare l’ingresso di nuovi giovani in agricoltura e nelle aree rurali oggi guarda necessariamente a persone di provenienza non agricola. I nuovi imprenditori intraprendono percorsi caratterizzati da una gestione individuale o famigliare, ma anche mediante realtà impostate su nuovi modelli e formule collaborative, comunitarie e cooperative. D’altra parte, non sono isolati i casi di persone di mezza età che, dopo esperienze di lavoro in altri settori produttivi, optano per avvicinarsi al settore agricolo in una seconda parte della loro vita lavorativa, spesso portandosi dietro l’esperienza maturata in altri settori e contesti geografici e adottando formule e orientamenti produttivi agricoli anche molto innovativi.
Di recente, a fronte delle difficoltà di reperire lavoratori nelle campagne e, anche, in conseguenza della necessità di sopperire alle punte di lavoro stagionali nelle aziende specializzate, è sempre più frequente la presenza di flussi di persone in percorsi di migrazione che trovano in agricoltura e nelle aree rurali le prime porte di ingresso. Questa evidenza, se da una parte assicura un’ulteriore possibilità di ricambio generazionale e di introduzione di nuovi lavoratori e lavoratrici, dall’altra, se non correttamente gestita, rischia, di introdurre forme di sfruttamento delle persone più deboli e con meno tutele e, allo stesso tempo, di erodere, come detto, la qualità – in questo caso sociale- dei processi produttivi come dei prodotti agro-alimentari e degli stessi contesti rurali.
Non a caso nell’ultimo intervento della Politica Agricola Europea, è stato introdotto il tema della condizionalità sociale per gli agricoltori che vogliono avere accesso ai contributi comunitari.
Innovazione e lavoro il potenziale ruolo dell’agricoltura sociale
La domanda di nuovi lavoratori in agricoltura, la presenza di persone in difficoltà occupazionale anche a fronte della necessità di riconversione produttiva, la possibilità di accompagnare persone con alcune fragilità di nuovo nel mercato del lavoro, sono aspetti che possono rappresentare una opportunità per il rinnovamento agricolo? L’agricoltura sociale può rappresentare una peculiare forma di accompagnamento al lavoro capace di facilitare ricambio generazionale e lavoro equo e giusto in agricoltura? I prodotti di agricoltura sociale hanno un contenuto etico utile da comunicare nelle comunità locali e rinsaldarle anche oltre il valore specifico dei singoli prodotti agricoli realizzati? La presenza di aziende agricole attente al territorio, alla sua gestione e alle risposte da fornire alle comunità locali, rappresentano una nuova risorsa e un modo di pensare più attuale dell’agricoltura al di là del ricorso ai mercati anonimi e di filiera lunga? Lavoro, processi agricoli multiformi, equità del lavoro, nuovi modelli produttivi in agricoltura sociale e ingresso di nuovi lavoratori rappresentano una forma di innovazione estesa in agricoltura? A queste domande il progetto UPFARM cerca di dare risposte utili mediante una sperimentazione di campo che coinvolge attivamente lavoratori, aziende agricole e servizi di territorio deputati ad affrontare il tema della fragilità sociale e l’accompagnamento dei lavoratori e delle lavoratrici nella ricerca di nuove opportunità di sistema. UPFRAM è stato selezionato e finanziato tra le 10 social innovative + solutions per l’inclusione lavorativa in europa.
I disoccupati di lunga durata e la ricerca di lavoro in agricoltura sociale
In Italia e in Europa il tema della disoccupazione di lunga durata (sopra i 12 mesi) ha una rilevanza crescente che abbraccia trasversalmente le generazioni, sebbene presenti alcune caratteristiche ricorrenti, tra queste, una età che spesso si aggira intorno ai 50 anni, ma che si abbassa nel caso di popolazione migrante, talvolta con fragilità sociali precedenti o conseguenti la difficoltà di accesso al mercato del lavoro, nel caso delle donne, con complessità legate alla conciliazione con le cure parentali. Ancora è diffusa la presenza di livelli di educazione bassa, con scarsa confidenza con la digitalizzazione e con più gravi difficoltà di adeguamento alla evoluzione del mercato del lavoro. Dal punto di vista geografico, l’essere residenti in territori meno produttivi e in alcune circostanze geografiche con una incidenza maggiore nelle aree rurali, genera maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro.
A fronte di questo profilo frequente, è interessante capire se e in quale misura l’agricoltura sociale sia in grado di offrire opportunità nuove e migliori, rispetto ad altre tipologie di mercato.
In questa prospettiva nei primi incontri del progetto UPFARM, dal confronto con gli imprenditori delle aziende di agricoltura sociale emergono elementi di interesse che sembrano poter facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro delle persone con disoccupazione di lunga durata. Tra queste caratteristiche emergono, una flessibilità maggiore rispetto alle attività praticabili, la presenza di aziende con grande varietà di attività agricole e processi (dalla produzione di diverso tipo -orticola, allevamenti, vivaismo, colture arboree- alla trasformazione, ai servizi aziendali -agriturismo, vendita diretta e ristorazione-) capace di mettere a disposizione una pluralità di mansioni che meglio possono adattarsi alle specifiche esigenze e capacità delle persone coinvolte. Quasi mai emerge a priori una domanda di competenze puntuali, quanto piuttosto, la richiesta di una disponibilità ad apprendere e ad operare all’interno di gruppi di lavoro, e, chiaramente, in contesti e realtà produttive agricole. La gestione delle attività in piccoli gruppi, con mansioni variabili e a contatto con la natura, rappresenta in molti casi un possibile elemento facilitante il processo di capacitazione delle persone. Per molte persone in percorsi di migrazione, poi, l’attività agricola rappresenta la più prossima ad esperienze lavorative svolte nei paesi di provenienza e dove adeguatamente mediata e facilitata può rappresentare una opportunità di inserimento lavorativo e sociale nelle comunità di accoglienza, specie dove si genera stabilità di gestione del rapporto di lavoro, con riflessi positivi anche sull’integrazione sociale. La possibilità di esprimere con una certa progressività l’impegno richiesto (passando da mansioni più semplici ad altre più articolate) e l’adattabilità derivante dalla stessa pluralità delle mansioni rappresentano ulteriori elementi di facilitazione per una piena espressione del potenziale delle competenze dei disoccupati di lunga durata. Ovviamente permangono aspetti più individuali, legati all’interesse, alla disponibilità di lavorare in condizioni ambientali e contestuali variabili in agricoltura, la difficoltà, talvolta, di raggiungere le aziende agricole, specie in caso di assenza di mobilità autonoma o di raggiungibilità delle aziende agricole stesse per il tramite di mezzi pubblici.
Quelli elencati rappresentano aspetti di diverso segno che il progetto UPFARM ha iniziato a verificare e ad indagare. In questo percorso, la gestione del processo di contatto e selezione dei partecipanti, la chiarezza delle disponibilità delle aziende agricole, l’interazione e la combinazione dei processi di accompagnamento da parte dei servizi, sono elementi cruciali il successo delle iniziative di inserimento lavorativo per tutte le parti in causa, persone in cerca di occupazione, servizi di accompagnamento e aziende agricole ospitanti. Lavorare con attenzione su questa interfaccia, però, sembra assicurare un potenziale notevole per realizzare soluzioni win-win, dove a vincere sono le persone, i sistemi locali, la possibilità di facilitare il reclutamento di lavoratori in agricoltura e la possibilità di riorganizzare un sistema locale dove produzione di cibo, gestione del territorio, rapporti con la comunità, innovazione dei processi aziendali e occupazione, assumono una nuova forma di civismo, e di economia locale. In questo senso, dalle prime evidenze emergono aspetti decisamente positivi nel valorizzare le realtà di agricoltura sociale nell’inclusione lavorativa di persone disoccupate di lunga durata. Un aspetto che il prosieguo del progetto UPFARM potrà ulteriormente arricchire di dettagli.