Alessandro Triantafyllidis
Referente della Rete AIAB dei Biodistretti

Cos’è, davvero, un biodistretto? Mi piace definirlo come un patto: un’alleanza tra agricoltori biologici, cittadini, associazioni e amministrazioni locali che scelgono di gestire insieme le risorse di un territorio secondo i principi e le pratiche del biologico — filiera corta, gruppi di acquisto, mense pubbliche bio.
Un’idea nata in seno ad AIAB fin dal 2000, sperimentata per prima nel Cilento e poi diffusasi in Calabria e nel Lazio, fino al biennio 2012-2013 che ha visto nascere, tra gli altri, il Biodistretto Val di Vara in Liguria. Dal 2015 la crescita è stata rapida: oggi la Rete AIAB conta 25 biodistretti attivi da nord a sud, dentro una cornice nazionale che supera i 50 distretti biologici riconosciuti.
Tra i biodistretti più “anziani” della Rete, quelli che negli anni hanno accumulato più esperienza diretta e oggi fanno da riferimento per i territori più giovani, ci sono il Grecanico in Calabria (2009), capostipite dell’esperienza, seguito da San Gimignano in Toscana (2012) e poi, nel 2013, da un terzetto quasi simultaneo: Via Amerina e Forre nel Lazio, Val di Vara in Liguria e Chianti in Toscana. Sono i biodistretti che hanno tradotto in pratica il concetto di Biodistretto, imparandsul campo cosa significa costruire un comitato promotore, tenere insieme mondo agricolo e amministrazioni, e trasformare un’intuizione in un modello replicabile.
Un punto va chiarito, perché genera spesso confusione: “Biodistretto” e il relativo logo sono un marchio registrato, utilizzabile solo dai territori che aderiscono formalmente alla Rete AIAB e ne condividono i sette criteri costitutivi (percorso partecipato, protagonismo dei produttori bio, continuità territoriale, soglie minime di SAU biologica, guida al settore privato, tra gli altri).
Chi non si riconosce nelle linee guida AIAB, pur avendo caratteristiche simili, si definisce per legge “distretto biologico”: è la dizione adottata dalla Legge sul biologico n. 23/2022 e dal seguente decreto attuativo, una normativa nazionale che ha attinto ampiamente proprio dall’esperienza pionieristica dei biodistretti AIAB.
Cosa offre concretamente la Rete a chi ne fa parte? Prima di tutto l’uso del marchio e del nome; poi comunicazione condivisa (sito, social, newsletter); presenza alle fiere di settore come Biofach e Sana e agli eventi regionali; rappresentanza politica verso Ministero, Regioni e istituzioni europee, ad esempio sui temi della certificazione di gruppo e dei sistemi partecipativi di garanzia (PGS); infine co-progettazione su bandi e opportunità di finanziamento, sempre più frequenti da quando alcuni biodistretti hanno usufruito di finanziamenti nei Piani di Sviluppo Rurale Regionali, e recentemente con il primo bando del MASAF dedicato ai Distretti Biologici.
C’è poi una dimensione che riguarda da vicino chi, come i soci della Rete delle Fattorie Sociali, lavora ogni giorno sull’intreccio tra agricoltura e welfare di comunità. Tra le potenzialità che i biodistretti mettono in campo c’è esplicitamente la BIO Agricoltura sociale, insieme a mense bio nella ristorazione collettiva, e gruppi organizzati di domanda e offerta.
Il biodistretto, in questo senso, è anche uno spazio dove l’agricoltura sociale trova terreno fertile: nuove figure professionali, valorizzazione delle realtà locali, benessere della collettività non sono slogan ma obiettivi scritti fin dall’origine nel patto territoriale. È qui che il biologico e il sociale, spesso raccontati come mondi separati, si scoprono naturalmente alleati.