
*Jean-René Bilongo Presidente Osservatorio Placido Rizzotto
Il settore agricolo è da tempo considerato come un sistema di attività produttive esercitata conseguentemente da un imprenditore (individuale o collettivo, poiché associato ad altri), e non solo in Italia ma a livello europeo. Il ché ha determinato un ampio e sostanziale ammodernamento dell’intero settore, modificando – tra le altre cose – il paradigma valoriale precedente. Questo qualificava intrinsecamente l’attività agricola sull’esclusiva presenza del terreno in quanto tale, mentre la nuova prospettiva sposta il processo valoriale nell’attivazione e nello sviluppo del ciclo biologico e dunque sulla produzione.
Il presente breve contributo volge lo sguardo sul lavoro irregolare – entro il quale si determina l’intermediazione illecita di manodopera – evidenziando la consistenza numerica degli addetti agricoli nel loro insieme, la rispettiva composizione per nazionalità e la suddivisione per genere come rilevata dalle fonti statistiche e dagli studi empirici quanto-qualitativi realizzati dall’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai Cgil. L’assunto di base incontrovertibile è dato dal fatto che il reclutamento e l’intermediazione irregolare non può che produrre il lavoro irregolare e di conseguenza sdoganare le pratiche di sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici soprattutto di origine straniera, ed anche – sebbene in misura minore – degli italiani. Il reclutamento avviene spesso nelle fasce fragili dell’offerta di lavoro, le cui condizioni di vulnerabilità spingono ad accettare occupazioni per mera necessità di sopravvivenza che il Legislatore inquadra come “stato di bisogno”. Questa fragilità è motivo di “approfittamento” da parte di imprenditori a-morali che agiscono in circuiti produttivi a carattere sistemico pervasi da comportamenti imprenditoriali a-morali, dove tutti gli attori che vi interagiscono accettano l’a-moralità come strategia aziendale e la concorrenzialità come atto conflittuale perché centrata sul massimo di slealtà.
Negli ultimi due decenni (2000- 2020), il panorama aziendale nell’economia rurale italiana è notevolmente mutato: da una parte, per il dimezzamento numerico delle aziende agricole; dall’altra, per la crescita delle componenti straniere occupate in agricoltura soprattutto nelle aree di pianura e nelle località agricole interne ma collegato alle reti viarie e commerciali. È oramai indubbio che l’innesto delle componenti immigrate nel settore agro-alimentare abbia alquanto rallentato ulteriori decrescimenti dell’assetto imprenditoriale primario. La contrazione quantitativa è attestabile al 47% poiché nel corso di circa un ventennio, le aziende passano dalle 2.400.000 (del 2000) alle 1.133.023 unità, con una incidenza maggiore nel Centro e nel Mezzogiorno.
La manodopera di origine straniera occupata agli inizi degli anni 2000 registrata ufficialmente si attestava appena intorno alle 100.000 unità, per arrivare a circa 268.300 nel 2008 e nel decennio seguente alle più recenti 360.00 (un terzo del totale). L’insieme degli addetti – a prescindere della nazionalità – ha subito, nell’arco temporale preso a riferimento, cambiamenti quantitativi nell’ordine di poche migliaia di unità, mentre più accentuate sono le modificazioni interne alle differenti componenti nazionali. Quella italiana tra il 2008 e il 2021 si riduce di circa 100.000 lavoratori e lavoratrici e quella straniera al contrario s’incrementa di 93.1000. Gli addetti italiani e stranieri sono nella gran maggioranza occupati a tempo determinato, e raggiungono, in ciascuna annualità, una percentuale quasi speculare: poco inferiore del 90% rapportabile ai primi, poco superiore del 90% ai secondi. In entrambi i casi, i contratti sono spesso rinnovabili trimestralmente o in base alle necessità aziendali, mediamente fino ad un massimo di 6 mesi, soprattutto per i lavoratori e lavoratrici stranieri. Una componente di queste si contraddistingue per un alto tasso di mobilità interaziendale e allo stesso tempo interprovinciale/regionale. Ciò comporta per una quota rilevante di questi lavoratori e lavoratrici la ricerca di altre opportunità occupazionali per integrare i corrispettivi redditi in territori diversi da quelli comunemente stanziali.
La distribuzione degli addetti occupati in agricoltura in base alle posizioni lavorative registrate nelle differenti macro-ripartizioni nazionali. Il Meridione assomma il numero di occupati maggiore, e insieme alle Isole (Sicilia e Sardegna) si attesta intorno al 60% del totale. Il Centro aggrega mediamente all’incirca l’11% degli occupati, e il restante 28-30% è ravvisabile nelle ripartizioni settentrionali, con una netta prevalenza in quella del Nord-Est (con il 20%). Internamente ciascuna ripartizione registra nel periodo in esame un certo equilibrio quantitativo delle maestranze occupate, le cui oscillazioni sono comprese nelle diverse annualità tra le 10 e le 20.00 unità. Ma la preponderanza degli occupati in agricoltura nel Mezzogiorno riflette una perdurante configurazione dualistica determinatesi storicamente, rispetto al Centro-Nord maggiormente industrializzato.
Questa polarità si riscontra pure nella diversa caratterizzazione del sistema aziendale, poiché nel Meridione prevale quello connesso perlopiù alle coltivazioni primarie, nel resto del paese – oltre a queste ultime – anche in quelle di trasformazione e commercializzazione transnazionale dei prodotti.
Confrontando le grandezze degli occupati registrati in base alla posizione lavorativa con quelle corrispondenti alle unità di lavoro equivalenti non possono che evidenziarsi delle differenze percentuali significative riguardanti l’incidenza di quest’ultime nelle singole ripartizioni e all’interno di queste in ciascun anno considerato. Nella ripartizione Sud le unità di lavoro equivalenti tendono ad abbassarsi dopo il 2008 di oltre una decina di punti percentuali, mentre s’innalzano – a partire dalla stessa annualità – in quella centrale e ancora maggiormente in quella Nord-ovest, restando pressocché invariate in quella del Nord-Est e delle Isole.
Tali variazioni – di natura decrescente o crescente – sottendono condizioni occupazionali frammentate e discontinue effettuate dalle maestranze nell’arco dell’anno agricolo in misura maggiore o minore connettibili, in primo luogo, con l’alto numero di lavoratori che entrano ed escono in tempi brevi dalla produzione determinato dalla differenza tra le posizioni lavorative e le unità di lavoro equivalenti.
La distribuzione del lavoro irregolare nelle diverse macro-ripartizione ha dimensioni diverse, smentendo solidificati luoghi comuni.
Il lavoro irregolare svolto alle dipendenze coinvolge italiani e stranieri, ma con una rilevante consistenza numerica di quest’ultimi, circoscrivibile a quasi un terzo del totale, e raffigura il bacino della vulnerabilità occupazionale. E all’interno del quale s’intrecciano, in modo quasi inestricabile, il lavoro povero e il lavoro indecentemente sfruttato, determinando e consolidando fasce consistenti di precarietà, sofferenza e segregazione occupazionale, in particolare per le donne.
Condizioni si riverberano direttamente sulla qualità delle abitazioni e sui livelli di esistenza individuale e famigliare. Il lavoro povero in agricoltura appare come un ossimoro, perché si lavora per restare poveri, e perché – vanto (giusto) del Made in Italy – il valore economico, in raffronto alle retribuzioni, raggiunto annualmente è considerevolmente alto. Da queste grandezze, quale effetto del lavoro svolto nel corso dell’anno agrario (pari a 750 milioni di ore), si riscontra un montante retribuivo – correlato ai 490.000 occupati alle dipendenze – di circa a 7,5 miliardi, producente una retribuzione oraria lorda che si attesta a poco più di €10. Una paga oraria rapportabile ai lavoratori regolari (all’incirca i due terzi del totale), mentre per gli irregolari ammonta a €7.1, nella quale rientrano perlopiù le evasioni degli oneri sociali, previdenziali e fiscali che costituiscono una parte cospicua dell’economia sommersa (170 miliardi al 2022).
Stando ai dati statistici del VII Rapporto agromafie e caporalato, relativamente alle retribuzioni pro-capite, un quarto dei dipendenti agricoli si è collocato entro €2.400 l’anno mentre all’opposto un altro quarto ha vantato retribuzioni lorde superiori a €10.400. Il valore mediano della retribuzione pro-capite si colloca dunque a €6.400, mentre il valore medio superiore a €7.500. Retribuzioni che sono del tutto incongruenti rispetto alla ricchezza prodotta dal settore primario. Un’incongruenza che assume una valenza ancora maggiore se si considera che l’intero settore agricolo – comprensivo degli allevamenti, delle colture arboree e vegetali, delle produzioni connesse e dei servizi agroturistici – è annualmente oggetto di particolari attenzioni istituzionali, non solo per ciò che concerne i sussidi riguardanti i danni correlabili al maltempo o alle malattie che possono coinvolgere animali e piante, ma anche per ciò che concerne finanziamenti ad integrazione dei ricavi aziendali per migliorie e innovazioni produttive.
Nell’architettura siffatta, non meraviglia che il bacino di lavoro irregolare coinvolga a gradazioni differenziate circa un terzo degli occupati alle dipendenze, coerentemente analizzate ed evidenziate nell’ultimo decennio dall’Osservatorio Placido Rizzotto. Un decennio che è stato caratterizzato anche dalla vigenza della legge 199 che l’ordinamento ha collocato come cura e profilassi contro i flagelli che minano il lavoro quali lo sfruttamento e il caporalato. La morte di Paola Clemente, la terribile vicenda di Satnam Singh nell’Agro-pontino, l’assassinio di Adnan Siddique a Caltanissetta, la strage di Amendolara ne sono l’orribile cartina. Una legge, la 199/2016, germogliata essenzialmente nelle paludi vessatorie che contrassegnano segmenti non marginali dell’economia primaria italiana.
*Presidente Osservatorio Placido Rizzotto