Le oasi non si promettono, si coltivano

Le oasi non si promettono, si coltivano

 

 

Per chi lavora nelle fattorie sociali può essere un’occasione importante: su questi temi, più di tanti, abbiamo qualcosa da dire. Perché siamo già delle oasi.

Emanuele Alecci
Presidente Rete Volontariato Europeo RE.V.E.

A ottobre, dall’8 all’11, a Palazzo della Gran Guardia, torna RelazionEXPO: la sola Expo europea che mette al centro le relazioni. Quest’anno la parola attorno a cui gira tutto è una che ci appartiene: oasi. Si sta costruendo l’Atlante delle 100 Oasi italiane, una mappa messa in piedi dal Relazionesimo insieme all’Associazione Luciano Tavazza e alla Rete Volontariato Europeo. E si torna a una domanda che riguarda tutti: davanti alle crisi di questi anni, ci basta promettere un futuro migliore, o è arrivato il momento di renderlo possibile?

Per noi un’oasi è una cosa concreta. È un pezzo di terra dove qualcosa cresce anche quando intorno c’è il deserto, e dove, mentre si cura la terra, si curano le persone. Pensateci un attimo: è la fotografia di una fattoria sociale. Le nostre fattorie non devono diventare oasi. Lo sono già.

Sono aziende agricole e cooperative che, insieme al raccolto, fanno dell’altro: educazione, cura, formazione, lavoro per chi parte svantaggiato. Sono i posti dove un ragazzo che si era perso torna alla terra e ci ritrova le mani, una competenza, un po’ di futuro. Teniamo insieme cose che fuori di qui restano separate: il biologico e l’accoglienza, la cura dell’ambiente e quella di chi fa più fatica. Ed è per questo che continuiamo a dire una cosa semplice, che oggi rischia di passare sotto silenzio: la sostenibilità non è solo pannelli e chilowattora. È fatta di relazioni. Dove mancano i legami di fiducia e di cura, prima o poi cede tutto, la coesione e il welfare compresi.

Qui però voglio essere chiaro, perché è il punto vero. La relazione non è un sentimento: è una cosa che si fa, altrimenti non c’è. E nelle nostre fattorie la relazione si fa davvero. Un ragazzo di quindici anni e un uomo di settanta non stanno seduti a discutere del futuro: raccolgono insieme, riparano insieme, si sporcano le mani sulla stessa cosa. A un certo punto si accorgono di servirsi a vicenda. Non è un dibattito, è lavoro condiviso. E quella, alla fine, è la forma di ascolto più antica che ci sia, e anche la più onesta.

C’è poi una parola che noi conosciamo da sempre, perché l’agricoltura sociale è nata esattamente da lì, dalla reciprocità e dall’aiutarsi tra vicini: la gratuità. Il legame tra le generazioni non sta in piedi solo con i conti. Un nonno che insegna qualcosa a un nipote non sta facendo un investimento, gli sta facendo un regalo. In una fattoria sociale si entra a far parte di qualcosa quando si dà senza tenere il conto, e quando si impara a fare spazio: a passare un attrezzo, a farsi un po’ da parte per chi arriva più giovane, più solo, più in difficoltà. È il gesto che costa di più, ed è anche quello che porta più frutto.

Presidente Rete Volontariato Europeo RE.V.E.

Va detto anche un rischio, perché con gli «anni dedicati a» torna ogni volta: che tutto finisca in un gesto che ci mette a posto la coscienza. Se ne parla, si annuisce, e poi non cambia niente. È un pericolo che Tavazza ci ha insegnato a vedere, e che, sulla sua scia, ho preso a chiamare ammansimento.
Le fattorie sociali sono il contrario: non fanno discorsi sulla sostenibilità, la mettono nella terra; non organizzano convegni sull’inclusione, la vivono ogni giorno. E chi ha ascoltato per davvero, qualcosa poi lo lascia andare.

È proprio quello che chiede l’Atlante delle 100 Oasi, che a Verona ha preso il nome «Dalla Terra Promessa alla Terra Permessa». Non è una vetrina di buoni propositi. È il tentativo di andare a cercare le esperienze vere, quelle che nei territori spesso restano nell’ombra, capire perché funzionano e farle diventare una strada che possono percorrere anche altri. Semi concreti, se vogliamo, per quell’Agenda 2030 di cui parlano tutti. E nessuno sa rendere «permessa» la terra meglio di una fattoria sociale: prendere un’idea giusta e trasformarla in qualcosa che esiste davvero, un solco alla volta, una persona alla volta.

Ecco perché RelazionEXPO, per chi fa il nostro mestiere, può essere un’occasione importante: portare lì le nostre storie e le nostre facce, far entrare quello che facciamo dentro questa «rete delle reti», e farci ascoltare. Non è un caso che proprio quest’anno l’Expo si metta in ascolto dei più giovani, in un 2026 che tiene insieme due cose: il centenario della nascita di Luciano Tavazza, che ripeteva sempre come i giovani non siano il futuro della comunità ma il suo presente, e l’anno che le Nazioni Unite dedicano ai volontari per lo sviluppo sostenibile.

Perché le oasi non si raccontano e basta. Si abitano, si lavorano, si tengono in vita. E la sostenibilità funziona come la relazione: esiste solo quando diventa un gesto. Ago e filo, mani nella terra, per ricucire quel legame ormai consumato tra la terra e chi la abita.

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