
di Vincenzo Vizioli
Presidente di AIAB Umbria APS e componente del consiglio direttivo BioAS
Venuta alla luce dopo un lungo e travagliato iter, la Legge 141/2015, compie 10 anni. Nel difficile percorso verso l’approvazione, l’esperienza di chi già operava e sperimentava da anni l’impresa sociale in agricoltura, ha fatto fatica a confrontarsi con chi non capiva e, forse, tutt’ora ha difficoltà a comprendere pienamente, che multifunzionalità agricola e welfare territoriale si coniugano nell’Agricoltura Sociale.
Nonostante la legge abbia evidenti debolezze e, neanche a dirlo, abbia provocato un aumento della burocrazia con il decreto attuativo arrivato ben tre anni dopo, tutti gli attori del sociale l’hanno accolta come un segnale positivo e, soprattutto, come un “riconoscimento” a chi l’agricoltura sociale l’ha praticata, sperimentata e studiata; avrebbero dovuto essere poi le Regioni, con il recepimento e i conseguenti regolamenti attuativi, a colmarne le lacune.
I dati dicono però che, ad oggi, non tutte le Regioni l’hanno ancora recepita e molte di queste devono ancora licenziare i regolamenti attuativi che, ove presenti, quasi sempre si concentrano sulle pratiche burocratiche per il riconoscimento di impresa/fattoria sociale, che risultano uguali per tutti, senza distinzione tra chi accoglie, chi è centro diurno, chi organizza laboratori terapeutici e chi include attraverso l’inserimento lavorativo.
Nei regolamenti la definizione di chi può essere riconosciuto “operatore sociale” esplicita una concezione restrittiva dell’Agricoltura Sociale, probabilmente dettata dalle Associazioni agricole di categoria. Sebbene la norma nazionale ha ampliato la platea dei possibili soggetti, per tutte le Regioni sono solo gli imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135 del CC e le cooperative sociali a poter essere riconosciuti.
Fa eccezione l’Emilia-Romagna che prevede, sì, gli imprenditori agricoli e le cooperative sociali ma anche in accordo con gli Enti del Terzo settore iscritti al RUNTS, che comprendono: le organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale e altri Enti del terzo settore: cioè chi l’Agricoltura Sociale l’ha pensata, praticata e innovata con progetti originali.
Opzione che nel suo regolamento attuativo sta cercando di proporre anche la Regione Umbria, per riconoscere l’importanza e il valore degli Enti del terzo settore, trovando però la feroce opposizione della Coldiretti, animata da ottuso ostracismo verso chi non può controllare e fingendo di non sapere che anche le “sue” aziende che praticano l’agricoltura sociale, lo fanno grazie al lavoro e alla collaborazione delle associazioni del terzo settore.
Non a caso ricercatrici del CREA PB in uno dei lavori di analisi del settore, evidenziano come “L’intervento della L. 141/2015 ha operato, nei fatti, una restrizione della platea dei soggetti titolati a svolgere attività di AS sia rispetto ad alcune delle norme regionali precedentemente approvate, sia rispetto alle esperienze realizzate nei differenti contesti locali”
Se poi si analizza come la legge abbia inciso sui PSR prima e sui CSR poi, si verifica la desolante constatazione che in nessuna Regione è presente una misura a premio dedicata all’AS che dia un contributo magari per numero di persone accolte, lavoratori con problemi assunti o qualsiasi altra iniziativa di AS. Questa nella maggior parte dei casi è relegata nella ex misura 16 con bandi per progetti sull’innovazione, che sono stati sicuramente una risorsa ma, come si sa, i progetti, per quanto belli, non possono essere ripetuti sulla stessa misura, in quanto perderebbero la qualifica di innovativi e spesso sono stroncati dai tempi infiniti con cui le Regioni e AGEA chiudono la pratica economica.
Non c’è quindi nessuna prospettiva di continuità e premialità per il servizio e il sostegno che le aziende che praticano seriamente l’agricoltura sociale danno al welfare. Così come non c’è interazione riconosciuta tra gli assessorati al welfare e quelli all’agricoltura.
Di recente, il convegno organizzato a Roma dalla Rete PAC per il decennale della legge, ha evidenziato la vitalità del settore soprattutto nella sessione poster, dove tante esperienze si sono conosciute, confrontate e hanno messo a disposizione idee e progetti.
Nella giornata successiva molti interventi interessanti, soprattutto di chi l’AS l’ha seguita e studiata ma, alla fine, nonostante tutto, dopo 10 anni, la valutazione sulla legge 141/2015 che reca disposizioni in materia di agricoltura sociale, resta ferma a: “E’ un riconoscimento” a chi l’agricoltura sociale la pratica, la sperimenta, la studia.
È vero, trasferire in norma la storia e i valori di un movimento ampio e vario che include persone con patologie neurologiche, carcerati, immigrati e tante altre fragilità sociali; che ha nell’attività agricola il suo centro ma si deve interfacciare con i servizi dei Comuni, i tribunali, il sistema carcerario, il servizio sanitario, non è facile.
Non tutto è perduto ma bisogna avere la capacità e l’umiltà di cambiare paradigma, di non chiudere l’AS nello stretto recinto disegnato dalle associazioni agricole, guardando alla complessità di quanto si muove sul territorio, cercando di far interagire attori diversi, perché l’agricoltura sociale diventi vero strumento di welfare partecipato.
In questo la Bio Agricoltura Sociale sta dando un enorme contributo anche con la crescita di tante vecchie e nuove esperienze, come quelle che animano l’Associazione Nazionale di Bio Agricoltura Sociale.