GenSper: in Sardegna, un vecchio villaggio Enel accoglie i disagi dei più fragili

GenSper: in Sardegna, un vecchio villaggio Enel accoglie i disagi dei più fragili

 

Luigi Manias

 

Il villaggio Enel, presso la diga del Coghinas, nel Comune di Oschiri, abbandonato negli anni ’90, è stato donato nel 2012 dall’Enel all’Associazione “Orizzonti di Speranza”. Negli ultimi cinque anni è stato oggetto di una attività di recupero funzionale, da parte dell’associazione Progetto GenSper. L’Associazione opera nell’ambito del volontariato, mirando al reinserimento sociale delle persone che, a causa del loro vissuto, si trovano in una condizione di difficoltà.
Attraverso il lavoro e la vita comunitaria, Gensper offre una possibilità di ritrovare e scoprire lo scopo della propria vita a persone provenienti da esperienze carcerarie, di dipendenza, di disagio, di devianza, ma non solo.
Nell’Oasi de sos Anghelos trovano collocazione anche coloro che desiderano contribuire in maniera concreta e fattiva alla realizzazione degli obiettivi fissati dall’associazione.

Matteo Piga, presidente dell’associazione, dal 2021 lo ha adibito a centro di accoglienza e riabilitazione residenziale per giovani che vivono in condizioni di disagio, con problemi di dipendenza, psicologici o penali e oggi racconta a BioAgricolturaSociale le origini e la storia del progetto.

“La nostra sede è nel villaggio Enel di Oschiri presso la diga del Coghinas. Oschiri è uno dei primi poli industriali della Sardegna. Nel 1920 un ingegnere di Cuneo decide di sbarrare la valle del Coghinas e di formare un lago. Nasce quindi nel 1925 la diga del Coghinas, uno sbarramento che forma uno dei laghi artificiali più grandi della Sardegna. La diga viene costruita per produrre energia elettrica e ammonio, trasportato per la lavorazione dalla centrale del Coghinas ad Oschiri, grazie a un dotto lungo 18 km. Nello stesso anno viene costruito il Ponte Diana, che attraversa il lago ed è ormai centenario. La diga è particolare, perché è una delle poche al mondo costruite a compressione. Il lungimirante ingegnere che l’ha costruita aveva pensato di utilizzare per la costruzione degli elementi e degli inerti presenti sul posto. Infatti la diga è costruita con blocchi di granito giganteschi, giustapposti uno sull’altro a compressione, ed tutt’ora una delle più importanti in Sardegna per la produzione di energia elettrica. L’ammonio veniva lavorato ad Oschiri in uno stabilimento e serviva per per produrre concimi azotati, fra i primi usati in Sardegna per l’agricoltura.
Fra il 1958 e il 1960 Enel aveva bisogno di tecnici e ingegneri in loco per la costruzione e gestione della centrale idro elettrica e in prima battuta pensò di cercare in Oschiri le case per la loro sistemazione, ma inutilmente. Allora Enel ha acquistato, proprio a fianco alla diga, un ampio terreno dove ha costruito 24 villette, una scuola, un cinema e una foresteria. Nel 1990 questo villaggio non aveva più ragione di esistere, poiché la centrale era ormai entrata in funzione. Quindi gradualmente trasferirono il personale e il villaggio è rimasto disabitato e preda di bande di giovani che l’hanno saccheggiato e vandalizzato.
Anche la natura si è ripresa lo spazio a lei sottratto. Ricordo che la prima volta che sono venuto ho dovuto posteggiare l’auto al di fuori del villaggio, che aveva una estensione enorme, poiché oltre alle case c’erano anche 70 ettari di terreno. All’interno delle case erano cresciuti gli alberi e la prima volta che ci sono andato con don Luigi Delogu, allora presidente di Orizzonti di Speranza, la Onlus alla quale Enel ha donato nel marzo del 2011 il villaggio, ho dovuto lasciare la macchina all’ingresso. Si passava piano piano sotto le piante. Dopo questa visita pensavo che non sarei mai più tornato al villaggio e poi, invece, con il mio amico Lorenzo, abbiamo deciso di iniziare a lavorarci, pian pianino. Inizialmente eravamo una ventina di persone a fare, il sabato e la domenica,  lavori di pulizia. Siamo rimasti io e mia moglie: gli ultimi volontari resistenti. I ragazzi che attualmente ci sono al villaggio hanno completato questo risanamento in 5 anni. Un lavoro straordinario. Molto dobbiamo ad Antonello Comina che ha partecipato con grande convinzioni, mettendoci veramente il cuore e aiutandoci in tutto. Antonello è un vero volontario, poiché se c’è qualcuno che ha bisogno, lui molla tutto e si dedica a chi ha necessità. Da encomio. Oggi il villaggio è fruibile: tutta la zona delle case, il bosco ripulito completamente, con il recupero di tanti ettari. C’è voluto davvero un lavoro gigantesco ma oggi siamo qui”.

In che cosa consiste il vostro progetto?

“Il nostro progetto è finalizzato ad aiutare le persone e soprattutto cercare di dar loro un nuovo indirizzo di vita, facendoli uscire da un orizzonte di grigiore e di emarginazione, dando loro po di dignità. Siamo andati avanti con esperienze positive e negative, ma abbiamo cercato di trasformare quelle negative in positive. Fra i nostri volontari ce n’è uno che aveva 72 anni e oggi ne ha 76”.

Qual’è la tipologia, l’età e il profilo dei vostri volontari?

“I nostri volontari, i nostri ragazzi, sono tutte persone che arrivano esperienze di vita sofferte, ma che intendono rimettersi in gioco, anche a 76 anni, sebbene l’età media è fra i 48 e i 50 anni. Un’esigenza stringente di necessità li ha condotti da noi. Ciò che ritengo fondamentale è che questi ragazzi sono venuti spontaneamente a darci una mano, con l’intento di cambiare la loro vita, e quasi automaticamente sono diventati volontari a loro volta. Fra gli altri volontari abbiamo anche un medico di base che viene da noi il lunedì e ci aiuta nelle piccole esigenze, che poi non sono piccole ma gigantesche. Abbiamo anche una psicologa che di tanto in tanto viene a trascorre un periodo con i ragazzi. Per alcuni abbiamo l’educatrice in quanto impegnati in un percorso progettuale rieducativo. E in quest’ottica, oltre alla salvaguardia del bosco, facciamo agricoltura e apicoltura importantissima, per la tutela della biodiversità e quindi per l’umanità”.

Nel corso del progetto avete dovuto fare delle rinunce?

“Si certo, ma è stato fondamentale l’apporto di Antonello Comina, direttore della comunità Il Seme di Santa Giusta e vicepresidente della nostra associazione di volontariato. Grazie a lui abbiamo iniziato un percorso formativo con i volontari, con una progressione continua. Inizialmente abbiamo avuto molte rinunce, perché non si riusciva ad andare avanti da soli come organizzazione di volontariato. Chi offre gratuitamente il proprio operato spesso lo fa con convinzione, ma deve avere dall’altra parte qualcuno che riceve. Dato l’isolamento del luogo non era facile aiutare le persone”.

Che clima si è creato all’interno della squadra?

“Il clima di coesione e collaborazione è tra le cose più importanti nella nostra comunità insieme alla volontà di diventare volontario al fine di aiutare gli altri. Ho iniziato selezionando coloro che erano più predisposti ad aiutare gli altri e quindi ho formato il primo nucleo molto piccolo di persone indirizzate al volontariato. Questo ha permesso che tutti coloro che arrivano da noi alla fine si adeguano agli altri e si allineano facilmente con il gruppo”.

Quale apporto significativo hanno dato alla realizzazione del progetto i volontari?

“I nostri volontari  sono tutto.  Sebbene le decisioni le prendiamo tutti insieme, chi poi porta avanti tutto sono loro, i volontari. Personalmente faccio ben poco e quindi tutto il merito, davvero, è per questi ragazzi, che comunque si impegnano e portano avanti tutti i progetti che  studiamo e avviamo”.

Ci sono stati dei cambiamenti apprezzabili nei volontari rispetto a quando si è iniziato?

“Si, devo dire che ci sono stati dei cambiamenti. Siamo nel 2026 ma gli indirizzi che diamo sono, come ho detto prima, quelli della conspevolezza delle persone. I volontari non hanno divieti e gli obblighi sono pochissimi. Ma l’impegno e l’obiettivo è l’inserimento nella società”.

Cosa si aspettano da questo progetto i volontari?

“I ragazzi si aspettano certamente un’evoluzione del progetto, confidando in una inclusione sociale autentica, anche se la società alle volte li mette da una parte, non li considera”.

 

 

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